Jobs Act francese: la protesta blocca il Paese, tra scioperi e rivolte

In Francia continuano le proteste e le rivolte contro la riforma del lavoro: il governo non sembra preoccupato, nonostante il Paese rischi il blocco totale.

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In Francia continuano le proteste e le rivolte contro la riforma del lavoro: il  governo non sembra preoccupato, nonostante il Paese rischi il blocco totale.

In Francia il popolo non scherza, forse perché nel Paese transalpino un popolo esiste ancora, un popolo formato da cittadini e sindacati che tengono d’occhio le operazioni del governo, pronti a contestarne l’illegittimità o a tentare di far ragionare l’esecutivo sulle conseguenze che i contribuenti francesi non vogliono di certo pagare sulla loro pelle. Stiamo parlando del Jobs Act francese, la discussa riforma del lavoro che con quella italiana condivide i punti essenziali – una maggiore flessibilità – pur differenziandosene per altri, ma i cui punti sono sufficienti a far scattare rivolte, scioperi e proteste ormai a cadenza quotidiana, con l’obiettivo di far ripensare il governo alla riforma, come già successo anni fa per altri tipi di riforme non gradite. Il governo ha poi sfruttato un articolo della Costituzione allo scopo di scavalcare il consenso o il dissenso del Parlamento in proposito alla riforma del lavoro, perché, dicendola con le parole del primo ministro Manuel Valls, “governare significa anche chiudere il confronto quando è il momento”.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Continuano le proteste in #Francia contro la riforma del lavoro: gli scioperi bloccano il Paese[/tweet_box]     La Francia tutta ha però risposto con manifestazioni praticamente giornaliere, scioperi e rivolte sfociate nel caos, con auto incendiate e duri scontri con le forze dell’ordine. Adesso tocca al carburante, e in special modo al blocco dei depositi petroliferi e delle raffinerie: una terapia d’urto che porta gli automobilisti francesi a cadere nel panico, pronti a fare il pieno – e la fila – alle pompe di benzina per non restare senza. Una protesta quest’ultima che è sicuramente quella a più elevato impatto sulla vita dei cittadini francesi, ma che di fatto ha il merito di portare la rivolta contro la Loi Travail al secondo atto, quello più duro e incisivo. Protagonista di questi giorni è sicuramente la Cgt – Confédération Général du Travail – il principale sindacato francese alla cui testa si ritrova Philippe Martinez. All’affermazione di Valls che ha dichiarato di non poter accettare nessun ricatto sul carburante, la Cgt ha risposto decidendo per lo sciopero nelle otto raffinerie francesi, invocando il ritiro della riforma del lavoro e soprattutto una “generalizzazione dello sciopero ovunque nel Paese”, appello che è stato subito raccolto dal sindacato dei ferrovieri Sncf, che ha già previsto uno sciopero per il prossimo 31 maggio, in anticipo a quello del 2 giugno dei mezzi di trasporto e a quello del 3 giugno che riguarderà invece l’aviazione civile. Ma la carica degli scioperi non finisce qui: a incrociare le braccia fra una settimana anche i dipendenti della centrale nucleare di Nogent-sur-Seine.   Nonostante la guerresca risposta dei sindacati, il governo francese non sembra – almeno per il momento – avere l’intenzione di fare qualche passo indietro: la difesa alle rivolte è sempre quella che viene utilizzata dalla classe politica dominante, ovvero che non si può certo cedere alla lotta di una sparuta minoranza, mentre il premier Valls continua a usare il pugno duro, schierando le forze dell’ordine contro i manifestanti e gli scioperanti e imponendo la rimozione dei blocchi. Sull’esecutivo, tuttavia, vanno registrate anche le forti pressioni da parte delle opposizioni, tant’è che secondo diverse fonti qualche crepa nell’inflessibilità del governo comincia già a vedersi e c’è già chi è pronto a scommettere che prima o poi cederà.   La protesta che ha portato al blocco delle raffinerie e dei depositi di petrolio è rappresentata tuttavia da un altro nome, mandato avanti da Martinez, ovvero il segretario generale sindacale della sezione chimica e petrolio Emmanuel Lépine: a lui il compito di ridare smalto a un’associazione sindacale che può ripristinare la fama che merita battendosi a testa bassa contro la riforma del lavoro.

E Lépine, nonostante l’ingrato compito di difendere una forma di protesta così impopolare anche di fronte a quei cittadini che della riforma del lavoro importa, risponde senza mezze misure a Valls che se lo sciopero è considerato un ricatto, allora questo sancisce la fine della democrazia francese.
Il blocco delle raffinerie è stato inoltre deciso anche a seguito degli ordini del governo alle forze di polizia, che si sono scagliate con violenza contro i manifestanti. Certo è che da questo braccio di ferro uscirà un solo vincitore, che sarà anche quello che i cittadini francesi detesteranno di più: in Italia, ad esempio, dopo un po’ di sostegno, sarebbe Lépine il primo indiziato all’odio dei suoi connazionali. In Francia vediamo come andrà a finire.

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