Jerome Powell nuovo governatore Fed, ecco la difficile missione che ha davanti

Jerome Powell guiderà la Federal Reserve in una fase di passaggio verso un costo del denaro più alto e sotto la presidenza Trump. La sfida non sarà facile e la sua nomina risponde all'esigenza di trovare un compromesso.

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Jerome Powell guiderà la Federal Reserve in una fase di passaggio verso un costo del denaro più alto e sotto la presidenza Trump. La sfida non sarà facile e la sua nomina risponde all'esigenza di trovare un compromesso.

E’ ufficiale: Jerome Powell sarà il prossimo governatore della Federal Reserve. Ad annunciarlo è stato il presidente americano Donald Trump, che nel congratularsi con l’uscente Janet Yellen (“una donna straordinaria, che ha fatto un lavoro magnifico”), ha dichiarato che l’istituto avrebbe adesso la “leadership forte di cui ha bisogno”. Rotta la tradizione degli ultimi 70 anni, secondo cui il presidente appena insediato consente al governatore di ottenere un secondo mandato.

Quello della Yellen scade a febbraio e sarà stato il primo e l’ultimo.

Powell è un ex “investment banker” e contrariamente ai suoi predecessori, non ha un curriculum accademico. Già membro del board della Fed dal 2012, l’uomo è un repubblicano moderato, avendo appoggiato su tutta la linea la politica monetaria di Ben Bernanke prima e della Yellen dopo. Sostenitore del rialzo graduale dei tassi, ma anche della necessità di allentare la regolamentazione sulle banche, nei fatti rappresenta un compromesso tra la continuità invocata da Wall Street e la svolta chiesta dai repubblicani. (Leggi anche: Trump sceglie Powell a capo della Fed)

Davanti a sé, Powell avrà un compito arduo: sostenere la crescita economica, centrare stabilmente il target d’inflazione e monitorare l’andamento dei mercati finanziari. Negli ultimi sei mesi, il pil USA sta crescendo al ritmo più elevato da tre anni, segnando un +3,1% nel primo e un +3% tendenziale nel secondo trimestre. Il tasso di disoccupazione è sceso poco sopra al 4%, per cui il mercato del lavoro americano si trova sostanzialmente in piena occupazione. Eppure, l’inflazione è risalita solamente negli ultimissimi mesi intorno al target del 2% annuo, rispecchiando una dinamica salariale poco vivace.

Lo stato dell’economia americana

Wall Street sta passando, nel frattempo, di record in record. Dai minimi toccati agli inizi del 2009, all’apice della crisi finanziaria, l’indice Dow Jones è cresciuto del 255% e del 31% solo nell’ultimo anno. Il mercato azionario a stelle e strisce è stato sostenuto da migliaia di miliardi di dollari di liquidità iniettata dalla Fed dal 2008 alla fine del 2014 con tre cicli di “quantitative easing”, così come anche dall’azzeramento dei tassi, risaliti ad oggi solamente all’1-1,25%, nonostante condizioni macroeconomiche apparentemente molto positive.

Powell avrà il compito di alzare i tassi ulteriormente per cercare di contrastare la nascita di eventuale bolle finanziarie, ma allo stesso tempo dovrà anche fare attenzione a non colpire l’occupazione. Il quadro si complica, perché con il maxi-taglio delle tasse annunciato da Trump, analisti ed economisti prevedono un ulteriore surriscaldamento dell’economia americana, che vivacizzerebbe i prezzi, con ciò forzando la Fed ad accelerare la stretta in corso. Wall Street brinda da un lato all’abbassamento delle aliquote sugli utili delle imprese (dal 35% al 20%) e sui redditi delle famiglie, ma d’altra parte teme che le condizioni monetarie diventino molto meno accomodante, ponendo fine a una festa, che sembra interminabile. (Leggi anche: Taglio tasse di Trump in arrivo e dollaro balza)

Powell dovrà mediare tra opposte esigenze

Tenere insieme queste esigenze tra di loro contrapposte non è semplice e la figura di Powell sembra rispondere proprio al desiderio di Trump di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Il presidente ha esplicitato sin dal suo ingresso alla Casa Bianca il suo pensiero sul dollaro, che giudica “troppo forte” e tale da rendere poco competitive le imprese americane. Dunque, egli punta a una politica monetaria che non lo rafforzi, cosa che sembra poco compatibile con la sua riforma fiscale, che per non sfociare in una destabilizzazione dei prezzi, necessita proprio di tassi più alti e, quindi, di un cambio rafforzato.

Il dollaro ha guadagnato il 3,6% dall’8 settembre scorso, quando aveva toccato il minimo dell’anno, segnando -10,6% da inizio 2017. Il recupero è dovuto forse anche a ragioni tecniche, ma sostanzialmente all’avvicinarsi dell’appuntamento con il taglio delle tasse e risentirebbe pure della conferma delle politiche accomodanti presso grandi economie straniere, come l’Eurozona e il Giappone. Un terzo rialzo dei tassi per quest’anno è atteso all’ultimo board di dicembre. A fine gennaio, sarà ancora la Yellen a guidarlo, mentre il debutto ufficiale di Powell come governatore avverrà a metà marzo, quando potrebbe esordire con una nuova stretta, anche se i ritmi rimarranno poco incalzanti anche nei mesi successivi.

Il colore politico del governatore in sé poco anticipa delle sue politiche. Il democratico Paul Volcker aiutò Reagan per gran parte della sua presidenza a lottare contro l’inflazione con una dura stretta monetaria, mentre il repubblicano Alan Greenspan fu l’uomo, che guidando la Fed per quasi 20 anni e sotto ben 4 presidenti differenti, ha perseguito una linea accomodante a tal punto da essere considerato corresponsabile dello scoppio della crisi finanziaria di 10 anni fa. E sempre un altro repubblicano, Bernanke (2006-2014), ha stupito i suoi stessi sostenitori, imbarcando l’istituto in misure straordinariamente ultra-espansive, attirandosi le ire della destra americana, parte della quale lo ha definito “assassino del dollaro” e inveito contro i suoi sperimenti monetari. Da questo punto di vista, la Yellen si è mostrata abbastanza equilibrata, date le premesse, anche se confermando la sua vocazione di “colomba”. Decisive per la futura linea in seno al board saranno le altre 3 nomine di altrettanti banchieri centrali su un totale di 7 componenti. Insomma, Trump ha l’opportunità storica di crearsi persino la “sua” maggioranza dentro la Fed. (Leggi anche: Super Trump si prende pure la Fed)

 

 

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