Italiani risparmiatori anche con la crisi, il conto in banca cresce e l’economia va giù

Conti bancari in crescita anche in piena crisi. Gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori, anche se il segnale per l'economia non sembra affatto positivo.

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Conti bancari in crescita anche in piena crisi. Gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori, anche se il segnale per l'economia non sembra affatto positivo.

Gli italiani sono e si confermano un popolo di risparmiatori, persino nelle avversità. Stando ai dati Abi, la raccolta bancaria nel mese di agosto si è attestata a 1.802,5 miliardi di euro, in aumento del 5,2% su base annua, di cui 1.560 miliardi sono conti correnti e deposito e 242,5 miliardi obbligazioni bancarie.

I primi sono risultati in crescita di ben 97 miliardi e i secondi in calo di 8,5 miliardi rispetto a un anno prima. Nel complesso, quindi, i risparmi depositati presso le banche italiane sono cresciuti di oltre 89 miliardi. E al contempo, presso le banche estere sono stati depositati dagli italiani altri 15,6 miliardi, portando le giacenze totali a 326,9 miliardi.

In definitiva, nell’ultimo anno il risparmio nazionale portato in banca (in Italia e all’estero) è lievitato di quasi 105 miliardi, qualcosa come circa il 6% del pil. Questo dato dovrebbe farci riflettere, perché non è evidentemente espressione di un’accresciuta capacità di risparmio, considerato che il pil si è fermato quest’anno e che nella seconda metà del 2018 si è pure contratto in termini reali. E il trend non si mostra recente. Se confrontiamo i dati attuali con quelli di fine 2007, poco prima che esplodesse la potente crisi economica e finanziaria mondiale, scopriamo che la raccolta bancaria in Italia sia cresciuta di 253,5 miliardi, frutto di +535 miliardi per conti correnti e deposito e -282 miliardi per le obbligazioni bancarie.

Come leggere questi numeri? Il crollo delle obbligazioni si spiegherebbe con la contestuale caduta dei rendimenti offerti, che ha reso questi strumenti sempre meno appetibili, anche a fronte del grado di rischio percepito molto più alto che in passato, specie da quando alla fine del 2015 alcune banche furono poste in risoluzione e dal 2016 venne introdotto il “bail-in”, recependo una disciplina europea più rigorosa sui salvataggi pubblici e che presuppone il previo coinvolgimento nelle perdite di azionisti e obbligazionisti, in particolare. Resta il fatto che il saldo tra bond e conti sia abbondantemente positivo dal 2007. Eppure, nel frattempo il pil reale si è ridotto del 4,5% e quello nominale è aumentato di poco oltre il 9%.

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Risparmi in crescita segno di sfiducia degli italiani

Invece, i risparmi portati presso le banche italiane sono cresciuti del 16,4%, che anche al netto dell’inflazione farebbe un +1,6%.

Adesso, incidono per circa il 102% del pil, più del 96% del 2007. Questo significa che essenzialmente gli italiani hanno stretto la cinghia con la crisi, risparmiando di più e, chiaramente, consumando di meno. Si capisce meglio come la domanda interna sia rimasta molto debole, non si sia mai ripresa e perché il pil sia stato trainato solamente dal buon andamento delle esportazioni, cioè della domanda estera. Il problema è capire perché questo accada, come mai gli italiani continuino ad accantonare risorse, peraltro nemmeno più minimamente remunerate con i tassi azzerati di questi anni, anziché investirli in altre attività.

La chiave di tutto sarebbe proprio il disinvestimento. Le famiglie avrebbero accusato duri colpi dal crollo di Piazza Affari, i cui indici restano dimezzati rispetto ai livelli pre-crisi, nonché dal collasso del tessuto produttivo, con annessi problemi di occupazione e redditi. E così avrebbero deciso di tenersi liquide, fiutando il rischio di essere prima o poi chiamati a metter mano al portafogli per tamponare periodi critici, ma anche forse per affrontare una stangata fiscale, che resta sempre nell’aria, vuoi con il nome di patrimoniale o altro.

L’abbondanza dei risparmi infruttiferi è un chiaro segnale di sfiducia, oltre che un riposizionamento rispetto ai mercati finanziari. Ed è questa sfiducia che nessun governo è sinora riuscito a sradicare o anche solo a intaccare, altra prova della crescente distanza tra paese legale e paese reale, mentre a Roma si fanno e disfano maggioranze politiche prive di programmi, visione e raccordo con l’elettorato in carne e ossa. Anziché comprendere i segnali, i governi di turno e la grande stampa avulsa dalla realtà preferiscono parlare di “bassa educazione finanziaria” e adocchiano i conti bancari gonfi per possibili operazioni straordinarie, riproponendo lo scandaloso prelievo forzoso del 1992.

Obbligazioni bancarie in Italia in crisi costante, dai portafogli delle famiglie -500 mld in 10 anni

giuseppe.

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