Italia ‘sovranista’ e Francia di Macron hanno scelto insieme il capo dell’FMI (contro la Germania)

Italia e Francia si sono elette insieme il successore di Christine Lagarde alla guida del Fondo Monetario Internazionale. E lo hanno fatto contro il candidato della Germania, un olandese filo-austerità che amava sfottere gli stati del sud.

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Italia e Francia si sono elette insieme il successore di Christine Lagarde alla guida del Fondo Monetario Internazionale. E lo hanno fatto contro il candidato della Germania, un olandese filo-austerità che amava sfottere gli stati del sud.

Il prossimo direttore generale del Fondo Monetario Internazionale sarà anche stavolta una donna. Almeno, se fosse confermata la nomina della bulgara Kristalina Georgieva, esponente del centro-destra, che sul finire della scorsa settimana ha ricevuto l’investitura informale da parte dei 28 stati dell’Unione Europea. Stando a un accordo non scritto e risalente al lontano 1944, l’Europa esprime sempre il capo dell’FMI, gli USA quello della Banca Mondiale.

In teoria, l’intesa dovrebbe reggere anche a questo giro. A breve, dovrà sostituirsi la francese Christine Lagarde, nominata dai capi di stato e di governo dell’Eurozona quale prossimo governatore della BCE. Nulla è, però, scontato. Ad essere divisa sulla Georgieva è proprio l’Europa, con gli stati del nord ad avere mostrato opposizione alle regole seguite per la nomina.

La Francia ha guidato il processo di selezione e il suo ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, aveva indicato quale criterio-guida (informale) il raggiungimento della doppia maggioranza: almeno la metà più uno dei 28 stati UE, in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione. I candidati in corsa inizialmente erano cinque, anche se il Regno Unito non ha nemmeno partecipato per protesta contro l’iter. Oltre alla bulgara, c’erano l’ex presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem; il suo successore, il portoghese Mario Centeno; il banchiere centrale della Finlandia, Olli Rehn, che era candidato anche alla presidenza della BCE (sarà che a Helsinki non si trovi bene) e il ministro dell’Economia spagnolo ad interim, Nadia Calvino.

Georgieva l’ha spuntata con solo il 56% dei paesi e il 57% della popolazione della UE. Praticamente, ce l’ha fatta per un soffio su Dijsselbloem, unico candidato rimasto in gara oltre a lei, dato che gli altri si erano ritirati per mancanza di sostegno. Con la bulgara si sono schierati la Francia, l’Italia (determinante per l’elezione) e gli altri stati del sud e dell’est. Con l’olandese c’erano la Germania e il blocco del centro-nord. E qui abbiamo una grossa novità in tema di diplomazia europea: l’Italia “sovranista” e la Francia di Emmanuel Macron si sono ritrovate per una volta tanto dallo stesso lato della barricata e contro la Germania.

Ancora più interessanti le motivazioni della scelta. Parigi, così come Roma e le altre capitali del sud (l’est ha convogliato i suoi voti più per una ragione squisitamente geografica), non ha gradito il profilo dell’ex ministro olandese favorevole alle politiche di austerità fiscale.

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Francia e Italia contro la Germania dell’austerità

In sostanza, Macron sui conti pubblici la penserebbe più come Giuseppe Conte che non come Angela Merkel. Non che sia una novità assoluta, ma che da queste convinzioni scaturisca la designazione del prossimo boss dell’FMI è qualcosa che apprendiamo con non poco stupore. L’asse anti-austerity, volendo semplificare fino all’osso, ha messo nell’angolo i tedeschi, i quali hanno dovuto già cedere ai francesi la carica della BCE, a cui pure tenevano moltissimo, incassando l’elezione (per il voto determinante degli eurodeputati 5 Stelle) della loro Ursula von der Leyen, una politica insignificante e all’estero sconosciuta fino a fine giugno.

La vittoria di Georgieva la dice lunga sulla capacità in questa fase della cancelliera di tenere assieme il quadro delle alleanze interne (in via di sfaldamento) e in Europa. Il declino della sua leadership sta diventando palese, persino fisico. E, soprattutto, Parigi ha lanciato a Berlino un messaggio chiaro sulle sue vedute per l’Europa. Indigeribile sarebbe stata per Macron la nomina di un uomo, che ebbe la sfrontatezza di dichiarare agli inizi del 2018 che “gli stati del sud non possono pretendere di spendere i soldi a liquore e donne e poi chiedere aiuto”. Non è tanto la battuta ad avere irritato del personaggio (un esponente di sinistra, ricordiamocelo!), quanto l’idea che con essa ha voluto esprimere, cioè che il Mediterraneo vivrebbe a spese dei contribuenti del nord.

Per l’Italia, una significativa vittoria.

Non perché la Georgieva ci toglierà un euro solo di debito, né avrebbe modo di influenzare seriamente le politiche fiscali, se non attraverso raccomandazioni e pareri che lasciano il tempo che trovano. La sua nomina ha significato la sconfitta di quell’Europa dei pregiudizi, ottusa e fuori dalla realtà, che più della Germania sono l’Olanda e gli altri staterelli del centro-nord (Austria e Finlandia per prime) a tentare di compattare a ogni occasione valida, alzando i toni e puntando i piedi, cercando riparo nelle posizioni tedesche, influenzandole spesso in misura determinante. Un brutto colpo per i “falchi” del nord, che adesso confideranno esclusivamente sulla Commissione per spuntare qualche vittoria sul fronte fiscale, avendo perso anche la battaglia sulla BCE. Ma hanno un grosso problema: il successore di Jean-Claude Juncker berrà pure qualche bicchiere in meno, ma sembra ancora meno all’altezza del compito e la sua stessa elezione l’ha partorita agonizzante.

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  • Lorenzo ha detto:

    I Francesi,con tutti i loro grossi difetti, sono pur sempre da preferire ai crucchi tedeschi ed ai loro tirapiedi olandesi,austriaci, finlandesi e degli altri paesi del centro-nord,tutti ciecamente e testardamente neo-ordo-liberisti.Meglio così!
    M.L.

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