Repubblica italiana fondata sui debiti e non sul lavoro: dopo la pandemia serve la ricostruzione

Un 2 giugno all'insegna della voglia di ripartire dopo 15 mesi di pandemia, ma con un bilancio disastroso alle spalle

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Festa Repubblica senza lavoro e pieni di debiti

Questo 2 giugno, la Festa della Repubblica cade a 75 anni dalla celebrazione dello storico referendum che decretò la fine della monarchia. Tutto può dirsi, tranne che sia stata tenuta fede all’incipit della Costituzione, quella che recita che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. L’Italia nel 2021 si ritrova senza lavoro e senza prospettive concrete per il futuro, alla mercé di poteri esterni per sopravvivere alla montagna dei propri debiti accumulati.

La pandemia ha cancellato 800.000 posti di lavoro in appena 14 mesi. Agli inizi del 2020, il tasso di occupazione in Italia aveva toccato il suo massimo storico con quasi 23 milioni 300 mila persone al lavoro. Nell’aprile di quest’anno, il numero degli occupati risultava sceso sotto le 22 milioni e 500 mila unità. Nel frattempo, il già altissimo debito pubblico è esploso a quasi il 160% del PIL e, in valore assoluto, a fine anno dovrebbe tendere e finanche superare i 2.700 miliardi. Sono +300 miliardi rispetto alla fine del 2019.

A conti fatti, ciascun occupato ha sul groppone 120.000 euro di debito, circa 1,5 volte il suo contributo annuo alla produzione di ricchezza. Se teniamo in considerazione, poi, che i soli occupati nel settore privato siano appena 20 milioni, stiamo andando verso un indebitamento pro-capite di 135.000 euro. Insostenibile. Se l’Italia avesse lo stesso tasso di occupazione della Germania, cioè al 75% prima del Covid, l’indebitamento scenderebbe a quota 90.000 per ciascun addetto e diverrebbe già più sostenibile.

Italia senza lavoro e a sovranità limitata

A questo ragionamento si ribatte quasi sempre che la sostenibilità di un debito a carico dello stato dipende non dalla sua entità, bensì dal suo costo. Ed è vero. Paradossale che possa apparire, oggi abbiamo un debito meno costoso e, quindi, più sostenibile rispetto a 10 anni fa, quando incideva per il 120% del PIL.

Tuttavia, questa anomalia si spiega semplicemente con la politica monetaria messa in campo dalla BCE di Mario Draghi prima e di Christine Lagarde ora. Senza il loro azzeramento dei tassi, i maxi-acquisti di bond e le iniezioni di liquidità sottocosto alle banche, la spesa per interessi avrebbe assorbito risorse crescenti fino a verosimilmente spingere il Bel Paese a una qualche forma di ristrutturazione.

Ipocritamente, oggi nessuno dirà pubblicamente che il destino della Repubblica italiana sia fuori dai confini nazionali. E per l’esattezza a Bruxelles e Francoforte, dove si decidono rispettivamente la politica fiscale e la politica monetaria dell’Eurozona. Se la Commissione decidesse di riattivare il Patto di stabilità dal 2023 e/o la BCE iniziasse ad alzare i tassi d’interesse o ad allentare gli acquisti dei bond, il debito pubblico italiano sarebbe immediatamente percepito più rischioso e diverrebbe più costoso. Significherebbe dover tagliare la spesa pubblica e/o aumentare le tasse.

Ma questo scenario non è figlio di un destino cinico e baro, bensì di decenni di errori per i quali nessuno ha chiesto scusa. L’Italia ha scialacquato centinaia di miliardi di euro in investimenti pubblici mai portati a termine e in un assistenzialismo dal sapore clientelare. L’eccesso di spesa ha sostenuto il benessere nel breve periodo, depredando il futuro della Nazione. Non solo è inutile adesso gridare “al lupo”, ma siamo costretti a scendere a compromessi su ogni aspetto della nostra sovranità per continuare a reggerci in piedi. Abbiamo bisogno del soccorso di poteri esterni per tirare a campare, non vantando alcuna credibilità autonoma per poter cercare di risolvere i problemi da soli. Un tradimento per necessità dello spirito più autentico di quella Carta che oggi omaggiamo.

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