Italia fuori dalla recessione: segnali di ripresa per Bankitalia, ma il governo deve fare la sua parte

Il pil italiano avrebbe smesso di arretrare e nel primo trimestre sarebbe leggermente cresciuto, secondo le prime stime di Bankitalia. Eppure, il governo non ha aiutato e dovrebbe fare la sua parte.

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Il pil italiano avrebbe smesso di arretrare e nel primo trimestre sarebbe leggermente cresciuto, secondo le prime stime di Bankitalia. Eppure, il governo non ha aiutato e dovrebbe fare la sua parte.

Vi sarebbero timidi segnali positivi per l’economia italiana, in lieve ripresa nel primo trimestre dell’anno. Stando alle ultime informazioni a disposizione della Banca d’Italia e rielaborate, il pil nel periodo gennaio-marzo sarebbe cresciuto dello 0,1% rispetto all’ultimo trimestre del 2018, facendoci uscire dalla recessione “tecnica”, la terza in cui siamo caduti nell’arco di 10 anni a partire dalla seconda metà dello scorso anno, quando il pil si è contratto per due trimestri consecutivi.

Secondo Palazzo Koch, le immatricolazioni di auto sarebbero tornate a crescere e i consumi elettrici sarebbero diminuiti a ritmi inferiori dei mesi precedenti, mentre resta negativo l’indice di fiducia delle imprese manifatturiero. Secondo l’Istat, a febbraio la produzione industriale è aumentata dello 0,8% su gennaio e dello 0,9% su base annua.

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Non sappiamo di quali dati diversi disponga Palazzo Koch rispetto a quelli del Ministero dei Trasporti, secondo cui, invece, le immatricolazioni nel primo trimestre del 2019 risultano diminuite del 6,5%, che si confronta con il -3,1% dell’intero 2018, con il solo mese di marzo ad avere esitato un crollo del 9,6%. Probabile che sul comparto stia influendo negativamente la tassa sui veicoli più inquinanti, che colpisce particolarmente le vendite dei veicoli a diesel, la cui incidenza sul totale nei primi due mesi dell’anno è crollata dal 55,8% al 43,2%.

I dati non possono ancora tenere conto degli effetti potenzialmente espansivi di misure come il reddito di cittadinanza e quota 100, in vigore formalmente dal mese prossimo. Insieme, incideranno sui conti pubblici per quasi 11 miliardi, qualcosa come lo 0,6% del pil. E considerando che lo stesso governo consideri verosimile che la crescita della nostra economia quest’anno si attesti ad appena lo 0,2%, non sarebbe un impatto da sottostimare, anche se va detto che le previsioni contemplano già gli effetti delle due misure. Resta solo da verificare all’atto pratico se la reazione degli italiani, in termini di consumi, si rivelerà migliore delle aspettative.

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In attesa dei dati a consuntivo non resta che sperare in un cambio di passo veloce e deciso del governo Conte.

La tassa sui veicoli più inquinanti, a parte che potrebbe rivelarsi un boomerang con il freno del rinnovo del parco mezzi, è un tipico provvedimento recessivo. Ne sa qualcosa il governo Monti, che dopo avere stangato le auto di grossa cilindrata e sportive a partire dal 2012, provocò il collasso del comparto e del pil. Per quanto la recessione fosse iniziata prima che il Professore s’insediasse a Palazzo Chigi, servirono ben tre anni per uscirne, quando sembrava anche allora che fosse solamente “tecnica”, scatenata dalla crisi dello spread, fenomeno simile a quello dello scorso anno.

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Non fa bene all’economia vivere nell’angoscia di una possibile stangata sull’IVA dall’anno prossimo. La comunicazione del governo risulta confusa e irresponsabile al riguardo. Nessuna impresa realisticamente programmerà investimenti e produzione, se non è certa di quanto graveranno le imposte sui consumi. Anziché chiacchierare, i due partiti della maggioranza dovrebbero passare ai fatti sullo sblocco dei cantieri pubblici, mentre ad oggi vengono approvati decreti “salvo intese”, come per dire di essere d’accordo su tutto, salvo esserlo su niente. Il blocco dei cantieri pesa negativamente sull’economia, privandola di investimenti già finanziati, una stupidaggine degna di un Paese pagliaccesco come l’Italia, che reclama flessibilità fiscale a Bruxelles e a Roma non è in grado nemmeno di spendere le risorse di cui dispone, rimandando indietro, peraltro, buona parte dei fondi europei.

Nonostante ciò, l’Italia avrebbe contribuito più di tutte le economie dell’Eurozona alla crescita della produzione industriale nel primo trimestre, apportandovi un ottimo 35,7%, più del 32,2% della Francia e del 18% della Spagna, mentre al Germania ha contribuito negativamente più di tutte e per il 21%. Una volta tanto, siamo maglia rosa in un dato macro. Anziché sfoggiarlo come un trofeo, dovremmo ammettere che segnali una impressionante resilienza del mercato domestico (imprese, lavoratori, consumatori e investitori) alla nullafacenza delle istituzioni. Evitiamo, però, di prenderci il dito con tutta la mano.

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