Italia fuori dall’euro non più fuori dalla realtà, decisivi i prossimi 12 mesi

Italia fuori dall'euro? Lo decideranno gli eventi economici e politici. La china degli ultimi tempi è sempre più negativa.

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Italia fuori dall'euro? Lo decideranno gli eventi economici e politici. La china degli ultimi tempi è sempre più negativa.

Il declassamento del rating sovrano dell’Italia da parte dell’agenzia canadese Dbrs fa definitivamente rientrare i nostri titoli del debito pubblico nella categoria B, laddove già si trovano da anni per effetto dei “downgrades” di S&P, Moody’s e Fitch.

Nessuno scossone sul mercato dei bond ieri, ma i rendimenti decennali dei BTp viaggiano sopra l’1,90%, esattamente una cinquantina di punti base in più degli omologhi spagnoli, mentre lo spread con i Bund tedeschi è poco inferiore ai 160 bp, in rialzo di una quarantina di punti rispetto ai livelli di metà agosto, quando i nostri rendimenti sovrani hanno iniziato a salire più degli altri.

Al contempo è stato richiesto dalla Commissione europea al governo Gentiloni il varo di una manovra correttiva dei conti pubblici per 3,4 miliardi, lo 0,2% del pil. Poca roba, ma così come lo è anche la crescita economica italiana, che nemmeno quest’anno dovrebbe toccare l’1%. E se fino a qualche mese fa, quanto meno il tasso di disoccupazione scendeva e si creavano (pochi) posti di lavoro, adesso questa dinamica positiva sembra essersi arrestata. In altre parole, il Jobs Act può arrivare fino a qui; in assenza di un balzo della produzione, non potrà fare di più. (Leggi anche: Conti pubblici e banche italiane, l’eredità di Renzi)

Italia fuori dall’euro, prospettiva non più così remota

Tutto questo accade, mentre le banche italiane sono sottoposte a un intervento pubblico da 20 miliardi per mettere in sicurezza MPS e altre banche minori (si pensi a quelle venete). Sul piano geo-politico, infine, si registra da alcuni mesi un sensibile raffreddamento nei rapporti tra Roma e le altre capitali europee, vuoi per l’instabilità delle nostre istituzioni, vuoi anche per la percezione di un indebolimento crescente dei nostri governi, Renzi prima e Gentiloni ora.

L’Italia è considerato il vero anello debole dell’Eurozona, unica economia avanzata a non essere cresciuta dall’inizio del Millennio, vantando lo stesso standard di vita di fine anni Novanta. Il debito pubblico non accenna a diminuire, né s’intravedono prospettive di ripresa del pil, la cui dinamica continua a risultare dimezzata rispetto a quella già flebile della media dell’area.

(Leggi anche: Economia italiana nel 2017, quali prospettive?)

 

 

 

 

Paralisi politico-istituzionale

Le riforme varate dal governo Renzi sono state poche e quasi sempre pasticciate, ma l’aspetto più rilevante è che sembrano essere morte con le dimissioni da premier del segretario del PD. A parte la legge elettorale, l’agenda dell’attuale esecutivo è vuota sull’economia e l’unica cosa che sappiamo è che da qui ai prossimi 20 mesi dovranno trovarsi 23 miliardi per impedire un maxi-aumento dell’IVA, che sarebbe la fine della nostra ripresa e il possibile inizio di una protesta sociale diffusa e destabilizzante per le istituzioni.

Che si vada a votare tra pochi mesi o tra un anno, poco cambia. A Roma non esiste più alcuna maggioranza filo-UE, mentre si allarga il consenso per le formazioni euro-scettiche, che potrebbero ritrovarsi a governare insieme, pur nelle palesi differenze, in una sorta di unione “anti-establishment”. Tuttavia, l’Italia non rischia di uscire dall’euro per le opzioni politiche concrete di questo o quel partito, bensì per le evoluzioni politiche ed economiche nell’Eurozona. (Leggi anche: Governo Grillo-Salvini, ecco lo scenario)

Elezioni in tutti gli stati chiave

Entro i prossimi otto mesi voteranno nei rispettivi paesi olandesi, francesi e tedeschi. I primi dovrebbero assegnare la maggioranza relativa dei consensi agli euro-scettici di Geert Wilders, spostando a destra l’asse del governo. I secondi dovrebbero decretare la vittoria del candidato conservatore François Fillon, la cui agenda programmatica è riformatrice e liberale in economica, mentre in Germania, pur intravedendosi una forte avanzata della destra euro-scettica, la cancelliera Angela Merkel dovrebbe restare in sella per un quarto mandato consecutivo.

Si creerebbero, quindi, le peggiori condizioni possibili per l’Italia, che oltre a ritrovarsi la solita cancelliera a Berlino, non godrebbe nemmeno di un appoggio formale di Parigi, dato che Fillon, se diventasse presidente, lo sarebbe su un programma di riforme economiche, come i tagli alla spesa pubblica e le liberalizzazioni, quelle che l’Italia stenta a portare avanti.

E la solidarietà degli olandesi per il Sud Europa si farebbe da scarsa a inesistente. (Leggi anche: Investire in Europa nel 2017 potrebbe essere un affare)

 

 

 

 

Italia fuori dall’euro? Decideranno gli eventi

L’Italia, paralizzata dall’assenza di una solida maggioranza di governo o assistendo alla formazione di un governo euro-scettico, non sarà in grado di gestire i dossier economici in maniera sufficiente, tanto più che dall’inizio del prossimo anno la BCE ritirerà gradualmente gli stimoli monetari e forse a metà 2018 inizierà ad alzare i tassi.

Spread BTp-Bund crescente per effetto delle tensioni politiche nostrane, rendimenti in ascesa, crescita economica sempre compresa tra 0 e l’1% e l’elevato livello atteso a lungo delle sofferenze bancarie italiane determineranno le condizioni per una seria considerazione sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Niente referendum, però, perché la nostra posizione sulla moneta unica la subiremo passivamente sull’onda degli eventi economici e politici. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro, l’inevitabile conclusione della Germania)

 

 

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