Italia commissariata e a un passo fuori dall’euro, siamo alle convulsioni finali

L'Italia a rischio commissariamento sui conti pubblici e a un passo dall'uscire dall'euro, in assenza di uno slancio a Roma. Siamo alle convulsioni finali di una lunga agonia.

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L'Italia a rischio commissariamento sui conti pubblici e a un passo dall'uscire dall'euro, in assenza di uno slancio a Roma. Siamo alle convulsioni finali di una lunga agonia.

Il governo italiano ha risposto ieri alla lettera inviata due settimane fa da Bruxelles, con la quale ci è stato chiesto il varo di una manovra correttiva sui conti pubblici da 3,4 miliardi di euro. Una missiva vuota di contenuti, perché il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, su pressione del segretario del PD, Matteo Renzi, ha deciso di non avallare alcun aggiustamento fiscale, sostenendo che l’Italia rispetta il Patto di stabilità e che semmai si potrà intervenire sul fronte della lotta all’evasione fiscale per reperire alcune risorse in più.

Di fatto, la chiusura dell’esecutivo Gentiloni ad apportare correzioni ai conti pubblici italiani per contenere la dinamica crescente del debito restringe gli spazi negoziali con la Commissione e potrebbe portare quest’ultima a compiere un passo inedito nella sua storia: l’apertura di una procedura d’infrazione per debito eccessivo. (Leggi anche: Manovra correttiva, ipotesi aumenti benzina, sigarette e IVA)

Può sembrare un paradosso che il primo stato ad essere formalmente sanzionato sarebbe tra i pochi a possedere oggi un rapporto deficit/pil sotto il tetto massimo del 3% previsto dal Patto di stabilità, ma l’elevato peso del nostro debito pubblico crea una situazione negativa peculiare, alla quale l’Italia non è stata ancora in grado di porre argine, nonostante l’azzeramento dei costi per il rifinanziamento del debito, dovuto al “quantitative easing” della BCE.

Italia commissariata dalla UE?

Se alla fine di febbraio, i commissari decidessero di aprire formalmente una procedura ai danni dell’Italia, il clima politico, ma anche finanziario non potrà che surriscaldarsi nell’Eurozona, quando già è tesissimo. Lo spread BTp-Bund sui 10 anni è salito stabilmente ai livelli maggiori dalle sedute precedenti al referendum costituzionale, mentre i rendimenti decennali dei BTp sono esplosi ai massimi dal luglio 2015, più che raddoppiando dalla metà dell’agosto scorso. E nell’ultimo mese, Piazza Affari ha perso un altro 4%, con i titoli bancari a ripiegare, dopo essere rimbalzati dopo il referendum. (Leggi anche: Crisi spread, perché l’Italia è oggi più periferia del 2011)

La Commissione si trova adesso a un bivio davvero difficile: procedere contro l’Italia, di fatto commissariandola, al fine di salvare la credibilità dell’Eurozona, ma con il rischio di esacerbare il già fortissimo euro-scetticismo nel nostro panorama politico, specie se dovessimo scivolare verso elezioni anticipate; chiudere un occhio, dopo avere già concesso all’Italia 26 miliardi di flessibilità nel biennio 2016-’17, di fatto indebolendo politicamente il governo tedesco, quando montano in Germania le proteste contro il lassismo fiscale e monetario nell’area, captato dagli euro-scettici dell’AfD.

Gli stimoli della BCE stanno finendo

Comunque il presidente Jean-Claude Juncker si muova, sbaglierà. O creerà le condizioni ottimali per consegnare il prossimo governo italiano nelle mani di una maggioranza euro-scettica, oppure metterà in difficoltà l’unico vero leader attuale della UE, la cancelliera Angela Merkel, screditando la costruzione monetaria, già bombardata in queste prime settimane alla presidenza USA da Donald Trump.

Se fino a poco tempo fa ci avrebbe pensato la BCE di Mario Draghi a salvare capre e cavoli, imbastendo nuovi stimoli monetari e calmierando i mercati finanziari, stavolta siamo davvero al capolinea. L’inflazione nell’Eurozona è salita all’1,8% a gennaio, il livello più alto da quattro anni, in linea con il target dell’istituto. Se gli stimoli non saranno ritirati sin da subito, di certo non dureranno ancora a lungo e non ne saranno annunciati di altri. Da qui in avanti, i mercati non potranno che scontare tassi in rialzo e richiedere un premio maggiore per l’acquisto dei titoli di stato dell’area, provocando una crisi finanziaria potenzialmente devastante in quelle economie rimaste indietro e che non si sono ancora riprese dalla recessione degli anni passati. (Leggi anche: Crisi spread tornata, Italia corre verso il caos)

Euro-scettici maggioranza in Italia

Fino al 2011-’12, dinnanzi alle criticità del nostro mercato del debito sovrano, l’intervento della BCE e il varo di un governo tecnico più rassicurante per i mercati furono sufficienti a impedire che l’Italia uscisse dall’euro. Da allora, il quadro macroeconomico è peggiorato: il pil è andato indietro, il debito avanti, il risanamento fiscale è stato scarso e inesistente dopo il 2013 e la disoccupazione è salita ai massimi degli ultimi 40 anni.

C’è un’altra grande differenza rispetto a cinque anni fa: l’assenza di una chiara maggioranza filo-europeista. Sommati, i consensi delle formazioni euro-scettiche raggiungono il 45% e sarebbero in grado di dare vita a un governo con istanze contrapposte alle politiche propinate da Bruxelles. E nessun altro partito è più su posizioni in linea con i commissari, né il PD di Matteo Renzi, né Forza Italia di Silvio Berlusconi. Come si fa a salvare, anche volendo, un paese che segnala esplicitamente di non credere più all’unione monetaria? (Leggi anche: Italia fuori dall’euro, decisivi i prossimi 12 mesi)

Siamo alle convulsioni finali di una lunga agonia

Come se non bastasse, nel bel mezzo di questa crisi esistenziale dell’Italia, oltre che dell’intera UE, se ne insinua una devastante delle banche italiane, in grado da sola di provocare esiti nefasti non solo per la nostra economia, bensì per tutta l’area. E anche per il loro salvataggio si registrano frizioni tra Bruxelles e Roma, con la prima a richiedere che siano applicate le regole del bail-in, mentre la seconda ad eccepire la necessità di esentare dalle perdite gli obbligazionisti retail.

Dopo anni di calci al barattolo, sembra essere arrivati a fine corsa. I nodi sono tutti giunti al pettine e non possono essere più ignorati . L’Italia deve decidere in fretta se intende restare un membro dell’Eurozona e accettare gli impegni che ciò comporta, in termini di riforme non più rinviabili e di convergenza fiscale verso il resto del club, oppure se uscirne per tentare una nuova ricostruzione del proprio tessuto economico, e assumersi la responsabilità di un’opzione, che nel migliore dei casi provocherà anni di transizione complicatissima. Con il caos politico-istituzionale che ci attende nei prossimi mesi o anni, è poco credibile che da Roma vengano inviati messaggi chiari sul tema.

Ci attendono forse le convulsioni finali di una lunga agonia, alla quale non siamo stati in grado di reagire. (Leggi anche: Elezioni subito? Asse tra Renzi, Grillo e Salvini precipita l’Italia verso il nulla)

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