Italia alla der-IVA. O si taglia la spesa pubblica o si affonda

Il grido d’allarme arriva dal mondo produttivo e industriale che intravvede tensioni sociali se il governo dovesse aumentare ancora l’Iva il 1 ottobre. Ma l'esecutivo è inerme, sempre più ostaggio di caste e lobby

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Il grido d’allarme arriva dal mondo produttivo e industriale che intravvede tensioni sociali se il governo dovesse aumentare ancora l’Iva il 1 ottobre. Ma l'esecutivo è inerme, sempre più ostaggio di caste e lobby

Aumento dell’iva a ottobre sì o no? Eliminarla costerebbe un miliardo di minori entrate previste per il 2013 e altri quattro per il 2014. Il governo è incredibilmente in affanno perché non riesce a trovare le dovute coperture, benché di soldi ce ne siano abbastanza in circolazione per poterlo fare.

Su oltre 800 miliardi di euro (725 al netto degli interessi) di spesa pubblica annuale da parte dello Stato (il 52% del Pil), il governo fatica a trovare la quadra e getta il paese nel ridicolo al cospetto dell’Unione Europea. Forse è il gioco teatrale della politica a cui siamo abituati ad assistere, sempre più sfiduciati, ma è anche una questione di interessi e privilegi di casta e di lobby che nessuno ha il coraggio di tagliare per timore o ritorsione. Facciamo un esempio. Per evitare l’aumento dell’iva dal 21 al 22% basterebbe limare del 8% la spesa dell’Inps per le pensioni d’oro che ammonta a ben 13 miliardi di euro all’anno. In sintesi, si tratterebbe di abbassare la rendita pubblica del neo nominato giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato da 31mila euro a 29mila euro al mese. Oppure abbassare quella di certi magistrati da 12mila euro netti al mese a 11.200.Non sembra un’impresa impossibile. Basterebbe un decreto, dalla sera alla mattina. Il 95% della gente sarebbe contenta: vox populi, vox dei. Se poi andassimo a limare un pochino anche gli stipendi dei dirigenti pubblici e riducessimo l’orario di lavoro (e il salario) di quadri e funzionari statali di un’ora al giorno, si troverebbero anche i soldi per rifinanziare la cassa integrazione o per abbassare l’Iva, anziché alzarla. E’ matematico, semplice, elementare, anche un bambino saprebbe fare un accorgimento di bilancio così di fronte a certe evidenze e ingiustizie che, in tempi di crisi, non possono essere più giustificate e difese. Invece… nulla. Si vorrebbero aumentare ancora le tasse col rischio, questa volta, di aumento delle tensioni sociali: è come curare un alcolista dandogli un goccio di vino.

 

Rischi di tensioni sociali se si aumentano ancora le tasse

 

Aumento-Iva

Ma il pericolo è dietro l’angolo.

Il governo sta infatti sottovalutando gli effetti depressivi dell’eventuale aumento dell’Iva dal 1 ottobre che potrebbe scatenare tensioni sociali tra le fasce più deboli. E’ la preoccupazione che esprime la Confcommercio. “Gli effetti recessivi dell’eventuale aumento dell’Iva (contrazione di consumi, produzione e occupazione e aumento dell’inflazione) non esauriscono quelli che possono essere gli effetti indiretti” – osservano i commercianti – che già devono fronteggiare la chiusura di molti esercizi (750mila negozi in un anno) con contestuale aumento della disoccupazione. Se il Governo “non troverà le risorse necessarie per scongiurare questo aumento questo determinerà anche due effetti ancora oggi sottovalutati: il primo, depressivo, sul sentiment delle famiglie e delle imprese che si vedranno private di quella fiducia a breve termine che aveva dato segnali di risveglio; il secondo, è che andando a colpire le fasce più deboli della popolazione, si potrà aggravare la crisi economica ingenerando gravi tensioni sociali che fino ad oggi sono state scongiurate. La via maestra per evitare tutto questo è inevitabilmente una sola: riduzione e riqualificazione della spesa pubblica, processo che fino ad ora è stato condotto con troppa timidezza”. A Confcommercio fanno eco gli industriali che puntano l’accento sulla urgente necessità ridurre il costo del lavoro e riequilibrare il carico fiscale in busta paga. In legge di stabilità l’esecutivo dovrebbe individuare almeno 4-5 miliardi di euro da destinare alla riduzione del carico fiscale sul lavoro: ”sarebbe solo lo spunto iniziale – spiega il responsabile del Centro studi di Confindustria – anche se per dare un impulso all’economia: ci vorrebbe di più.

 

L’aumento dell’Iva serve a garantire sprechi pubblici e privilegi di casta

 

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I soldi per evitare il peggio ci sono, ma sono mal distribuiti dallo Stato. Tutto qua. Benché occorra mantenere alta la guardia agli equilibri di bilancio – spiega il ministro all’Economia Fabrizio Saccomanni in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera – i tagli alla spesa pubblica rappresentano la via maestra per trovare le risorse per rilanciare la crescita.

Solo riducendo le spese dello stato si potrà finanziare in modo sostenibile la riduzione delle tasse su lavoro ed imprese. Parole (sante) sue. Ma ecco il paradosso: su 725 miliardi di spesa pubblica, sembra non ci sia nulla da tagliare e trovare 4-5 miliardi di euro per bloccare l’aumento dell’Iva è diventata impresa titanica. E’ quindi lo stesso governo ad essere impotente e lo Stato ostaggio di caste e gruppi di pressione che si avvalgono di leggi ad hoc fatte approvare dal Parlamento per difendere i loro interessi. E’ lo stesso Saccomanni ad ammettere velatamente che “non c’è niente da fare” e l’unica possibilità per stare in piedi è aumentare ancora le tasse. Sembra una resa incondizionata, un modo per prendere tempo, rinviare sine die, in attesa che poi arrivi qualcun altro a fare il lavoro sporco. Tipico del, made in Italy (forse è per questo che le imprese scappano all’estero?).

 

Casta italiana disposta a tutto pur di garantirsi privilegi e interessi

 

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Nel frattempo lo Stato, come un’idrovora continua a succhiare soldi dalle tasche dei contribuenti, sempre di più, con ogni mezzo lecito o illecito (Equitalia), indebitando famiglie e generazioni future. I giornali al servizio delle caste scrivono (tutti d’accordo naturalmente) che” l’aumento dell’iva lo chiede la UE”, altrimenti si rischia nuovamente la procedura d’infrazione. Ebbene, non è vero. Non è la UE che impone l’aumento dell’Iva in un paese che ha bisogno di riprendere a produrre e consumare nell’interesse delle numerose multinazionali tedesche e francesi che in Italia devono tornare a vendere. La UE non ha ingerenza negli affari economici italiani. E’ tutta una montatura fatta ad arte dai governanti italiani e messa in testa al commissario degli affari economici Olli Rehn (ex calciatore finlandese) in occasione della sua visita a Roma lo scorso 17 settembre. Rehn ha parlato a sproposito riguardo all’aumento delle imposte in casa d’altri e probabilmente con la coscienza sporca, sapendo benissimo che la UE non ha potere d’ingerenza nella politica fiscale italiana.

Sono previste anche delle sanzioni a livello comunitario. Ma evidentemente la casta di cui in Italia godiamo di numerose eccellenze (pensionati d’oro, dirigenti pubblici d’oro, consulenti d’oro, politici nazionali e regionali di professione, ufficiali delle forze armate, dirigenti di polizia, notai, segretari e assistenti parlamentari, magistrati, commissari alle spending review, ecc.) non intende mollare di un centesimo ed è disposta a ricorrere ad ogni mezzo per far ingoiare l’ennesima pillola amara a cittadini esasperati e stanchi. E la stampa compiacente ci va a nozze sbattendo in prima pagina su TV e giornali le immagini della Costa Concordia alla deriva sulle coste del Giglio e magnificando l’azione di recupero del vergognoso scempio della natura, emblema del fallimento della casta degli armatori, come una fiera impresa tutta italiana. Senza però raccontare che anche l’Italia è rimasta incagliata sugli scogli della politica e di questo passo presto affonderà o verrà recuperata a spese di tutti. Come avvenuto per la Grecia. [fumettoforumright]

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