Italia a crescita zero: scende (per ora) la disoccupazione, ma i dati sono preoccupanti

Pil invariato nel secondo trimestre, disoccupazione e inflazione in calo. Il quadro macro dell'Italia è negativo e il minore numero dei disoccupati non deve trarci in inganno.

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Pil invariato nel secondo trimestre, disoccupazione e inflazione in calo. Il quadro macro dell'Italia è negativo e il minore numero dei disoccupati non deve trarci in inganno.

La sfilza dei dati macro nell’Eurozona di oggi ci consentono di disporre di un quadro aggiornato sull’evoluzione economica nell’unione monetaria. Il pil è cresciuto dello 0,2% nel secondo trimestre, la metà dello 0,4% precedente. In calo il tasso di disoccupazione dal 7,6% al 7,5%, così come l’inflazione è risultata in decelerazione al +1,1%, allontanandosi dal target di poco inferiore al 2% della BCE. A giugno, era stata dell’1,3% su base annua. E il dato “core” è sceso sotto l’1%, attestandosi allo 0,9%, anch’esso in decelerazione di due decimali rispetto a giugno.

E venendo all’Italia, abbiamo per la lettura preliminare dell’Istat una variazione nulla del pil sia rispetto al trimestre precedente che su base annua, meglio delle attese, che erano per un -0,1% trimestrale. Al contempo, la disoccupazione è scesa al 9,7%, ai minimi dal gennaio 2012, dal 9,8% di giugno (rivisto dal 9,9% della stima iniziale). Infine, l’inflazione è scesa dallo 0,7% allo 0,5%, con l’indice “core” in crescita di un decimo di punto allo 0,5%. In calo anche la disoccupazione giovanile (15-24 anni) al 28,1%, il minimo da aprile 2011.

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L’Italia non riparte

Nell’insieme, abbiamo un’Eurozona in rallentamento e prossima alla stagnazione, mentre l’Italia in stagnazione ci sta già e la cogliamo pure come una notizia positiva. La crescita zero del secondo trimestre da noi arriva dopo il +0,1% registrato nel primo, che aveva sorpreso positivamente e incoraggiato, in quanto a sua volta aveva seguito l’ingresso della nostra economia nella recessione tecnica, essendo il pil diminuito in termini congiunturali per due trimestri consecutivi nella seconda metà dello scorso anno. Insomma, l’Italia è sì riuscita a malapena ad uscire dalla recessione, ma senza tornare a crescere.

E se è vero che il quadro si mostra debole anche nel resto dell’area, a differenza delle altre economie non avevamo registrato alcuna crescita apprezzabile nemmeno in tempi buoni. Nel 2017, ad esempio, siamo cresciuti dell’1,5%, ai massimi dal 2010, ma sempre meno del 2,4% medio dell’Eurozona.

Oltre tutto, siamo l’unica grande economia nel mondo a non avere riacciuffato i livelli di pil reale pre-crisi. Al termine del 2018 infatti, la nostra ricchezza annua prodotta risultava di circa 4 punti e mezzo inferiore a quella del 2007, quando in Germania era salita di circa il 14,6%, in Francia del 9,9% e in Spagna del 5,5%. La lettura sconfortante di questi numeri sta proprio in ciò, nel fatto che non riusciamo a crescere nemmeno dopo un decennio negativo, ampliando le distanze con gli altri paesi dell’euro, che rallentano dopo anni di crescita più vigorosa e avendo, comunque, superato gli effetti della crisi del 2008-’09. E l’inflazione quasi nulla, quando storicamente il nostro è stato un paese con una più veloce crescita dei prezzi, conferma lo stato depresso della domanda interna (consumi e investimenti).

E come mai l’occupazione sale al record storico del 59,2% e la disoccupazione scende ai minimi da 7 anni? Non esisterebbe un’unica risposta. Diciamo che il mercato del lavoro reagisce con un certo ritardo alle vicissitudini dell’economia. Inoltre, forse lo stato di bisogno e la perdita di speranza tra i disoccupati spingerebbero più persone ad accettare offerte di lavoro, pur a condizioni insoddisfacenti, riducendo il numero di quanti formalmente cerchino lavoro. Infine, più occupati a parità di prodotto implicano che la qualità dell’occupazione creata risulterebbe bassa, ovvero che si starebbero creando posti poco produttivi, i quali non contribuiscono di certo a stimolare la crescita e semmai si limiterebbero a suddividere la stessa torta tra un numero maggiore di conviviali. Non sarebbe un buon segnale nemmeno per gli stipendi.

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