Islanda: la strada non intrapresa

Considerazioni di Paul Krugman sul New York Times sugli inesistenti effetti espansivi dell'austerità, e sulla strada diversa che si potrebbe intraprendere

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
Considerazioni di Paul Krugman  sul New York Times sugli inesistenti effetti espansivi dell'austerità, e sulla  strada diversa che si potrebbe intraprendere

di Paul Krugman – I mercati finanziari stanno celebrando l’accordo raggiunto a Bruxelles giovedi scorso.

Infatti, rispetto a quello che sarebbe potuto accadere (un amaro fallimento da concordare), i leaders Europei si sono accordati su qualcosa, e malgrado i dettagli siano imprecisi e fumosi, si tratta comunque di uno sviluppo positivo.

CRISI ECONOMICA 2011 – E’ importante però fare un passo indietro per vedere il panorama più in generale, cioè il triste fallimento di una dottrina economica, una dottrina che ha inflitto danni enormi sia in Europa che negli Stati Uniti. La dottrina in questione è riassunta nella dichiarazione che, nel periodo che segue una crisi finanziaria, le banche devono essere salvate e i cittadini devono pagare il prezzo.

PROBLEMI DEL LIBERISMO – Quindi una crisi causata dal liberismo diventa un motivo per impiantare ancor di più le dottrine neoliberiste; una crisi che genera disoccupazione di massa, piuttosto che rilanciare gli sforzi pubblici per creare posti di lavoro, diventa un momento di austerità, in cui la spesa pubblica e i programmi sociali sono tagliati drasticamente.

Abbiamo venduto questa dottrina affermando che non c’erano alternative, che sia il salvataggio delle banche che i tagli alla spesa pubblica sono necessari per soddisfare i mercati finanziari, affermando che l’austerità fiscale avrebbe creato posti di lavoro.

L’idea era che i tagli alla spesa avrebbero aumentato la fiducia dei consumatori e delle imprese.

E presumibilmente, questa fiducia avrebbe stimolato la spesa privata e compensato gli effetti deprimenti dei tagli.

Alcuni economisti non erano convinti. Uno scettico affermava in modo caustico che le dichiarazioni sugli effetti espansivi dell’austerità si basavano solo sulla “favola della fiducia”. Beh, ok, quello ero io.

Ma la dottrina è stata estremamente egemone.

L’austerità espansiva è stata sostenuta in particolare dai repubblicani americani e dalla Banca centrale europea, che l’anno scorso ha esortato tutti i governi europei, non solo quelli con difficoltà di bilancio, ad intraprendere il “consolidamento fiscale”.

E quando David Cameron è diventato primo ministro del Regno Unito lo scorso anno, ha subito avviato un programma di tagli alle spese, ritenendo che ciò avrebbe rilanciato l’economia (una decisione che molti esperti americani accolsero con elogi e adulazioni).

Ora, però, stiamo vedendo le conseguenze, e il panorama non è gradevole.

La Grecia è stata guidata dalle misure di austerità verso una depressione profonda; questa depressione, e non la mancanza di sforzi da parte del governo greco, ha portato alla conclusione che il programma imposto alla Grecia è concretamente impraticabile, come recita un rapporto riservato inviato la settimana scorsa ai funzionari europei.

L’economia britannica è rimasta immobile dinanzi alla crisi e la fiducia delle imprese e dei consumatori è scesa invece di salire.

Probabilmente è altrettanto importante conoscere quella che si considera una storia di successo.

Pochi mesi fa, molti esperti hanno cominciato a esaltare i successi della Lettonia, che dopo una terribile recessione, si è sforzata di ridurre il suo deficit di bilancio e di convincere i mercati che era in regola con i propri conti.

Ciò è realmente avvenuto, ma per realizzarlo la Lettonia ha pagato con un aumento del 16% in più di disoccupazione e con una economia che, sebbene in crescita, corrisponde al 18% in meno di quella che era prima della crisi.

Salvare le banche e far pagare il conto ai lavoratori non è proprio una ricetta per la prosperità.

Ma c’era un’alternativa?

ISLANDA CRISI 2011 – Beh, è per questo che sono in Islanda, per un convegno sul paese che ha fatto qualcosa di diverso.

Se avete letto le cronache della crisi finanziaria, o avete visto gli adattamenti cinematografici dell’eccellente “Inside Job”, dovreste sapere che l’Islanda era probabilmente l’esempio perfetto del disastro economico: i suoi banchieri fuori da qualsiasi controllo hanno accumulato un debito enorme e lasciato la nazione in una situazione disperata.

Ma sulla strada verso l’apocalisse economica è avvenuta una cosa curiosa: la disperazione stessa dell’Islanda ha reso impossibile il comportamento convenzionale e ha dato al paese la libertà di rompere le regole.

Mentre tutti gli altri salvavano i banchieri e le banche, costringendo i cittadini a pagarne il prezzo, l’Islanda ha lasciato che le banche fallissero e al tempo stesso ha ampliato la sua rete di sicurezza sociale.

Mentre tutti i paesi restavano ossessionati dal tentativo di placare gli investitori internazionali, l’ Islanda ha imposto controlli temporanei sui movimenti di capitale, per darsi un certo margine di manovra.

Come sta andando?

L’Islanda non ha evitato la grave crisi economica e nemmeno l’abbassamento del tenore di vita.

Però è riuscita ad arginare l’aumento della disoccupazione e il disagio sociale dei soggetti meno tutelati e garantiti.

La rete di sicurezza sociale è rimasta intatta così come intatta è rimasta la dignità e la decenza minima della società.

“Le cose sarebbero potute andare molto peggio” può essere che non sia tra i più stimolanti degli slogan, ma dato che il mondo intero sperava in un disastro totale, rappresenta comunque una vittoria politica.

E  insegna una lezione a tutti noi: la sofferenza di tanti nostri cittadini è inutile.

Se questo è un momento  incredibile di crisi e di dolore, se viviamo in una società molto più dura e crudele, è stato per scelta.

Tutto ciò non doveva, e non deve, inevitabilmente avvenire.

Articolo originale: The Path Not Taken

Traduzione di Francesco Caruso

PER APPROFONDIRE COME L’ISLANDA HA AFFRONTATO LA CRISI LEGGI ANCHE:

Islanda, la rivoluzione silenziosa

Islanda: la strada non intrapresa

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Visti dall`estero