Iran, il popolo si ribella all’ayatollah sull’aereo abbattuto e gli USA minacciano l’Iraq

Proteste di piazza in Iran contro l'abbattimento per errore dell'aereo ucraino a Teheran. I manifestanti chiedono la testa dell'ayatollah e del governo, mentre l'America benedice la rivolta e avverte l'Iraq che perderà l'accesso ai petrodollari.

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Proteste di piazza in Iran contro l'abbattimento per errore dell'aereo ucraino a Teheran. I manifestanti chiedono la testa dell'ayatollah e del governo, mentre l'America benedice la rivolta e avverte l'Iraq che perderà l'accesso ai petrodollari.

L’Iran ha dovuto ammettere quanto già avevano scoperto i servizi canadesi e annunciato il premier Justin Trudeau, ovvero di avere abbattuto per sbaglio con un missile l’aereo della Ukraine Airlines quel 3 gennaio scorso, nelle stesse ore in cui venivano attaccate due basi militari americane in Iraq.

I morti sono stati 176, di cui 63 canadesi e 11 ucraini, il resto sono tutte vittime iraniane. E sui social si è scatenata l’ira del popolo dell’Iran, stavolta non contro l’America di Donald Trump, bensì il loro stesso ayatollah Khameini, definito apertamente “un bugiardo” e di cui chiedono le dimissioni insieme al governo. Eloquente il tweet di un manifestante: “Il nostro governo si è preoccupato di avvertire gli americani che stava attaccando le sue basi, mentre ha lasciato aperto l’aeroporto di Teheran. Le vite degli iraniani per loro non contano nulla”.

La rabbia del popolo oppresso è esplosa nelle piazze e subito è stata repressa dal regime, che per l’occasione ha arrestato, per liberarlo poco dopo, l’ambasciatore britannico in Iran, reo di avere scattato alcune foto ai manifestanti che protestavano. Un incidente diplomatico, che aggrava l’isolamento dello stato persiano. Ma quel che è più grave per la Repubblica Islamica è che l’uccisione del generale Qassem Soleimani stia iniziando a passare in secondo piano per gli stessi iraniani, molto più colpiti dall’ammissione di colpa del loro governo sulla tragica morte di centinaia di persone innocenti.

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Petrodollari a rischio per l’Iraq

La tensione nel Medio Oriente non si stempera, sebbene lo stesso Trump abbia avviato una sorta di “de-escalation” con il suo discorso di mercoledì scorso, quando ha teso la mano al regime, pur condannando fermamente gli attacchi senza vittime americane alle due basi USA in Iraq. Stavolta, è proprio Baghdad ad essere finita nel mirino della Casa Bianca, dopo che il suo Parlamento ha votato una risoluzione per chiedere che le truppe americane abbandonino il paese. Se in un primo tempo la reazione ufficiale del presidente era stata semi-ironica (“ce ne andremo quando saremo rimborsati delle spese militari sostenute per difendere l’Iraq”), adesso si è passati alle minacce esplicite.

Il Dipartimento di Stato ha messo in chiaro che se Baghdad realmente decidesse di espellere i soldati americani, la Federal Reserve potrebbe chiudere il conto acceso presso di essa dalla banca centrale irachena, privandola dell’accesso alla valuta straniera, fondamentale per la sopravvivenza finanziaria della già fragile economia domestica. In altre parole, il governo iracheno non sarebbe nemmeno in grado di ottenere i proventi delle esportazioni di petrolio, mentre il sistema bancario nazionale verrebbe privato di tutta una serie di servizi che ne consentono le relazioni con il resto del pianeta.

Il premier uscente Abdul Mahdi, prendendo a pretesto il voto dei deputati, ha chiesto venerdì scorso agli USA di inviare una delegazione con cui discutere i termini per il ritiro delle 5.000 truppe americane ancora stanziate nel suo paese. Le conseguenze della chiusura dei rubinetti della Fed sarebbero devastanti per l’Iraq, sebbene parte della stampa americana avverta che ciò decreterebbe il divorzio definitivo tra USA e Iraq, con quest’ultimo a rischiare di essere risucchiato totalmente dall’Iran.

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Regime dell’ayatollah fragile

E nel fine settimana, anche per accrescere la pressione sul regime dell’ayatollah, Trump ha pubblicato un tweet in lingua farsi, rivolto ai manifestanti che protestano per l’abbattimento dell’aereo, mentre in un secondo tweet in inglese ha messo in guardia Teheran dal reprimere il suo stesso popolo. Ma il presidente non ha intenzione di scatenare un conflitto aperto con l’Iran, quanto di metterlo alle strette per indurlo a sedere al tavolo delle trattative per redigere un secondo accordo nucleare, stavolta alle sue condizioni. Il primo accordo, formalmente noto come Joint Comprehensive Plan of Action, fu siglato a fine 2015 dall’amministrazione Obama ed entrò in vigore nel 2016, consentendo all’Iran di tornare ad esportare petrolio dopo un quadriennio.

Quell’accordo è stato stracciato da Trump nel 2018, in quanto considerato eccessivamente prono ai desiderata dell’Iran e pericoloso sul piano della sicurezza globale, consentendo al regime di procedere con l’arricchimento dell’uranio anche ai fini militari, pur a ritmi molto più lenti rispetto ai piani passati. Ad ogni modo, tra pressione internazionale e tracollo economico, il presidente Hassan Rouhani non avrebbe alternative praticabili serie a un accordo con l’America.

Senza i petrodollari, il pil crolla e l’inflazione galoppa e si rischia una spirale perversa in perfetto stile venezuelano. E il regime, dopo avere sfoggiato una pseudo-unità nazionale con la reazione di popolo all’uccisione di Souleimani, sarebbe molto più fragile di quanto pensiamo al suo interno. Del resto, le ultime manifestazioni represse nel sangue con almeno 180 vittime accertate dalla stampa estera risalgono ad appena un paio di mesi fa e furono scatenate dall’ira degli iraniani per il rincaro del carburante.

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