Iran, cambio al mercato nero implode su Trump e Teheran rischia la fine del Venezuela

L'Iran ha svalutato il cambio, ma al mercato nero continua a crollare oltre i livelli ufficiali. Uno scenario simile a quello del Venezuela, che anticipa il rischio di tensioni con gli USA di Trump sul petrolio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Iran ha svalutato il cambio, ma al mercato nero continua a crollare oltre i livelli ufficiali. Uno scenario simile a quello del Venezuela, che anticipa il rischio di tensioni con gli USA di Trump sul petrolio.

Dall’inizio dell’anno ha perso il 14%, ma al mercato nero il crollo è stato più drammatico, pari a circa un terzo del valore iniziale. Parliamo del rial, la valuta iraniana, che la Banca Centrale dell’Iran ha svalutato di quasi il 22% il 12 aprile scorso, nel tentativo di impedire che sul mercato illegale si formassero tassi di cambio ancora più deboli. Sono state introdotte anche restrizioni ai movimenti dei capitali, ponendo un tetto di 10.000 euro per la liquidità che può essere detenuta in contante e di 500-1.000 euro per l’acquisto di valuta estera da parte dei viaggiatori negli aeroporti. Qual è il problema? Sul mercato nero, un dollaro viene scambiato già contro oltre 60.000 rial, più dei 55.000 di metà aprile. Sta accadendo, infatti, che migliaia di cittadini della Repubblica Islamica stiano accorrendo presso i numerosi uffici di cambio per acquistare dollari, euro, etc., al fine di ripararsi dal pericolo di nuove sanzioni americane contro Teheran.

Petrolio e alluminio, il messaggio di Trump all’Iran passa per la Russia e colpisce anche l’Europa

Il presidente USA, Donald Trump, ha minacciato di stracciare l’accordo sul nucleare, temendo che il presidente Hassan Rouhani lo sfrutti per dotarsi di armi e non per finalità civili. Ad oggi, l’Europa apre a una revisione sull’intesa di fine 2015 con il cosiddetto Gruppo dei 5 + 1 (Cina, USA, Russia, Francia, Regno Unito e Germania), ma resta contraria all’abbandono sic et simpliciter. Quell’accordo consente all’Iran dal gennaio 2016 di tornare ad esportare petrolio, le cui estrazioni in patria sono aumentate di 1 milione di barili al giorno e le cui esportazioni sono state nel 2017 pari a 55 miliardi di dollari. Se si arrivasse nuovamente all’embargo, addio esportazioni e ritorno molto probabile dei livelli d’inflazione degli anni passati, quando la crescita tendenziale dei prezzi è arrivata fino al picco del 45% nel 2013. La nomina del nuovo segretario di Stato USA, Mike Pompeo, fautore della linea dura contro Teheran, viene percepita come la conferma di un deterioramento dei rapporti tra i due stati.

Il rischio di un Venezuela nel Medio Oriente

Il rial ha perso praticamente il 100% del suo valore dal 1979, anno in cui a Teheran veniva attuata la Rivoluzione Islamica dell’ayatollah Khomeini. Allora, per acquistare un dollaro servivano ancora solo 70 rial. L’inflazione negli ultimi mesi è scesa sotto il 10% e a marzo si è attestata all’8,3%. Tuttavia, quella implicita, misurata guardando alla distanza tra tasso di cambio ufficiale e quello vigente sul mercato nero, sarebbe già intorno al 54%. In questo momento, infatti, gli iraniani si mostrano disposti a comprare dollari illegalmente a tassi penalizzanti di oltre il 40% rispetto a quelli ufficiali, segno della scarsa fiducia verso la moneta nazionale. Un film simile a quello che abbiamo visto negli ultimi anni in Venezuela, altro grande produttore di petrolio, ma rimasto vittima della proprie inefficienze sul fronte della gestione della materia prima, nonché di un’economia pianificata da un governo di ispirazione socialista.

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Il gap tra cambio illegale e quello ufficiale dovrebbe essere monitorato con attenzione in Iran, perché qualora si arrivasse a un allargamento eccessivo, 80 milioni di abitanti dovrebbero prepararsi a un rischio di iperinflazione, dietro l’angolo come sempre, quando i consumatori perdono fiducia nella moneta. Secondo l’Hanke Misery Index, l’Iran sarebbe all’11-esimo posto al mondo per tasso di miseria, ovvero sommando i tassi di inflazione a quelli di disoccupazione. Tuttavia, tenuto conto dell’inflazione implicita, peggio farebbero nel mondo solo Venezuela e Siria. E se Trump passasse ai fatti, l’economia davvero piomberebbe negli anni duri del periodo 2012-2015, quelli dell’embargo. Che a dirla tutta, è proprio ciò a cui punterebbe l’America, ossia spingere la popolazione a ribellarsi contro il suo regime sull’onda delle proteste per la caduta delle condizioni economiche in sé già precarie. Il mercato sta iniziando a scontare questo scenario di tensioni geopolitiche, se è vero che il petrolio in un paio di mesi è passato dai 63 ai 75 dollari al barile.

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Argomenti: Economie Asia, economie emergenti, valute emergenti

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