Ipotesi quota 100 anche dopo il 2021, ma ecco come cambierebbero requisiti e calcolo delle pensioni

La sperimentazione triennale voluta dal governo giallo-verde volge al termine e potrebbe essere rimpiazzata da una riforma delle pensioni solo apparentemente simile

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Una nuova quota 100?

Mancano meno di sei mesi all’inizio del 2022 e non sappiamo ancora quale sarà il destino delle pensioni in Italia dopo la fine di quest’anno. La sperimentazione triennale avviata dall’allora governo giallo-verde a partire dalla primavera 2019 volge al termine. Quota 100 ha consentito e tuttora continua a consentire ai lavoratori italiani di andare in pensione prima dell’età ufficiale dei 67 anni, purché in possesso di due requisiti: almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi versati.

Poiché si tratta di una misura costosa per le casse dello stato, il governo Draghi ha annunciato di volerla cancellare. O meglio, non la prorogherà dopo il 2021. Ma se non la rimpiazzasse con qualche altra riforma delle pensioni, molti lavoratori si ritroverebbero costretti ad attendere fino a 5 anni in più per andare in quiescenza. E in un periodo nero come quello della pandemia, non sarebbe una prospettiva incoraggiante.

Ecco la nuova quota 100

Tra le varie ipotesi sul tavolo di Palazzo Chigi vi è una diversa forma di quota 100. Anziché andare in pensione a 62 anni di età + 38 di contributi, i nuovi requisiti sarebbero 64 anni di età + 36 di contributi. Ma con una differenza rilevantissima: l’assegno sarebbe calcolato interamente con il metodo contributivo. In soldoni, si percepirebbe un assegno del tutto giustificato dai contributi versati.

Ad oggi, è già possibile andare in pensione a 64 anni con il metodo contributivo, purché si posseggano almeno 20 anni di contributi versati interamente dal 1996. Inoltre, l’assegno così determinato dovrà risultare almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale. Nel 2021, l’importo fissato per quest’ultimo è di 460,28 euro. Ne deriva che si possa andare in pensione solamente con un assegno di almeno 1.289 euro al mese.

Alzi la mano chi riuscirebbe a farlo dopo appena 20-25 anni di contributi versati!

Chiaramente, il metodo contributivo nella generalità dei casi, pur non necessariamente, si rivela meno favorevole al lavoratore. A risparmiarci è, invece, lo stato. Esso manderà il lavoratore in pensione con qualche anno di anticipo, ma versandogli mensilmente l’esatto ammontare dei contributi rivalutati annualmente. Negli anni, si ritroverebbe a pagare qualcosa di meno, pur dovendo sborsare di più nella fase iniziale per via dell’uscita anticipata dal lavoro del beneficiario. Rispetto alla versione odierna, quindi, l’uscita anticipata ventilata a 64 anni si differenzierebbe per una sua applicazione generale a favore di tutti i richiedenti, ma a fronte dell’innalzamento degli anni di contribuzione richiesta da 20 a 36 anni. E rispetto all’attuale quota 100, servirebbero un paio di anni in meno di contributi, ma un paio di anni di età minima in più. Il tutto per un assegno verosimilmente più basso.

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