IPO Spotify si avvicina, ma la musica in streaming è un vero affare?

Boom di abbonati e ricavi per Spotify, ma la società è ancora in perdita. Il business della musica in streaming è davvero redditizio?

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Boom di abbonati e ricavi per Spotify, ma la società è ancora in perdita. Il business della musica in streaming è davvero redditizio?

Dati in netto miglioramento quelli di Spotify per il primo semestre di quest’anno, conclusosi con un fatturato di 2,2 miliardi di dollari (1,9 miliardi di euro), in aumento del 40% rispetto al primo semestre del 2016 e pari al 70% dei ricavi di tutto lo scorso esercizio. Di questo passo, si stima che nell’intero 2017 potrebbe fatturare circa 4,9 miliardi di dollari. Il boom è legato al +40% di abbonati, arrivati a 60 milioni di unità.

Il numero degli utenti complessivi nel mondo, invece, è di ben 140 milioni. Tuttavia, le perdite del primo semestre sono state nell’ordine di 100-200 milioi di dollari, anche se in decisa contrazione dai quasi 557 milioni dello scorso anno. Nonostante l’impennata di utenti e abbonati, dunque, la società svedese non si mostrerebbe ancora in grado di maturare profitti, anche se il margine lordo è salito dal 15% del 2016 al 22% dei primi 6 mesi di quest’anno.

La ragione fondamentale di questo dato negativo consiste negli elevati costi di distribuzione e nelle royalties pagate alle etichette discografiche. Anche in questo ambito, però, si notano miglioramenti, che dovrebbero registrarsi già a partire dal terzo trimestre appena passato, quando Spotify ha rinegoziato le royalties con Sony e a seguire lo sta facendo anche con altre case discografiche. (Leggi anche: Come scaricare musica da YouTube e Spotify)

La società di musica in streaming ha segnalato già l’intenzione di sbarcare in borsa con una IPO, che non dovrebbe essere così lontana, anche se il mercato si chiede se abbia e senso e a quale prezzo diventare azionisti di Spotify. Diciamo subito, che l’operazione non dovrebbe consistere nell’emissione di azioni per rastrellare liquidità, bensì nel consentire ai soci attuali di vendere i propri titoli. La capitalizzazione verrebbe stimata sui 16 miliardi di dollari, meno di un quinto degli 85 di Netflix, che vale così a Wall Street quasi 10 volte il suo fatturato nel 2016. Considerando che Spotify ha chiuso lo scorso esercizio con ricavi per 3,4 miliardi, applicando o stesso multiplo, dovrebbe essere valutata a circa 30-35 miliardi, ma siamo su valori dimezzati.

E Microsoft esce dal business della musica in streaming

C’è un episodio proprio di questi giorni a destare qualche dubbio sulla redditività del business della musica in streaming. Microsoft ha comunicato agli abbonati al suo Groove Music Pass che chiuderà battenti dopo il 31 dicembre prossimo. Anche se strategicamente ha evitato di parlare di chiusura, anzi enfatizzando la ricerca della migliore soluzione per l’utente, nei fatti è quanto è stato scritto lunedì dai suoi managers, i quali lasciano agli abbonati l’opzione di passare a Spotify.

Ora, come dovremmo giudicare la chiusura del servizio di ascolto di musica in streaming da parte del colosso di Bill Gates? Sarebbe per caso il canarino nella miniera? Il discorso sembra più complesso. Questo segmento di mercato sta crescendo a ritmi veloci, ma al contempo starebbe procedendo di pari passo a una sorta di concentrazione oligopolistica. Un esempio? Solo tre società detengono nel mondo una quota di oltre il 70% nel mercato della musica in streaming: Spotify (40%), Apple Music (19%) e Amazon (12%). Apple, in particolare, si sta già preparando al prevedibile ripiegamento dei ricavi derivanti in futuro dalla vendita degli iPhone, che valgono oggi i due terzi del totale, puntando proprio sui servizi, tra i quali proprio quelli musicali in streaming, la cui incidenza sta decollando.

Dunque, la musica digitale non sarebbe un business cattivo, semmai per pochi. E Spotify avrebbe tutte le caratteristiche per fare parte di questi pochi, essendone, anzi, il leader nel mercato globale. Si consideri, poi, che se i ricavi delle case discografiche sono crollati in 15 anni del 40%, solo nel 2016 sono aumentati per loro del 60% quelli maturati sul canale della musica in streaming. Quanto alla comparazione con i dati Netflix, va riconosciuto come siano business non del tutto omogenei, puntando su due segmenti di mercato differenti. In ogni caso, quando Facebook è sbarcato in borsa nel maggio 2012, nemmeno Mark Zuckerberg era stato in grado di dimostrare la redditività del suo social, che in effetti debuttava a Wall Street tra polemiche e scetticismo. Cinque anni dopo, è parte dei colossi della “big tech”.

(Leggi anche: Tesla pensa a un proprio servizio di streaming musicale)

 

 

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