IPO Aramco, petrolio saudita in borsa nel 2018 tra veleni e sospetti

Ma quanto vale il petrolio dei sauditi? Le cifre divergono, ma restano imponenti. E Aramco conferma lo sbarco in borsa entro l'anno prossimo.

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Ma quanto vale il petrolio dei sauditi? Le cifre divergono, ma restano imponenti. E Aramco conferma lo sbarco in borsa entro l'anno prossimo.

Una sedia vuota può attirare l’attenzione più di mille occupate. E’ quanto sta accadendo in queste ore a Riad per quella che è stata ribattezzata la conferenza di “Davos nel deserto”. Qui, il mondo finanziario saudita sta riunendo investitori e banchieri di tutto il mondo e Amin Nasser, ceo e presidente di Aramco, la compagnia petrolifera statale, ha cercato di fugare i dubbi degli analisti, confermando di essere “sulla strada per l’IPO”, la quale si terrà entro l’anno prossimo. Ma un’assenza ha gettato qualche ombra sulla rassicurazione, perché a non avere partecipato al consesso è quel Jamie Dimon di JP Morgan, banca d’affari nominata da Aramco consulente per lo sbarco in borsa, insieme a Morgan Stanley, Hsbc, Moelis ed Evercore. Nei mesi scorsi si è dibattuto su un possibile rinvio dell’operazione al 2019, a seguito delle difficoltà pratiche nel dare vita a una raccolta così storicamente massiccia di capitali sui mercati internazionali.

Che Dimon abbia disertato, consapevole che l’IPO sarebbe non sarebbe ancora questione di mesi? Difficile dirlo, mentre il pensiero di tutta la comunità finanziaria mondiale va ai due aspetti fondamentali della vicenda: dove e quanto. Oltre a una quotazione presso il listino Tawadul di Riad, i sauditi sono alla ricerca di 1-2 altre borse, tra cui in lizza vi sarebbero Wall Street, Londra e Hong Kong. Sul valore della quotazione, le opinioni divergono. Secondo gli analisti di Wall Street, Aramco andrebbe stimata tra un minimo di 1.000 a un massimo di 1.500 miliardi di dollari, mentre il governo e la compagnia sauditi parlano di non meno di 2.000 miliardi. (Leggi anche: Petrolio vale davvero $2.000 miliardi per i sauditi? Dubbi e cifre per l’IPO di Aramco)

Dubbi sulle cifre di Aramco

Una delle ragioni alla base di tali differenze sta nell’asserita capacità di Riad di alzare dal 50% attuale all’obiettivo del 70% il tasso di estrazione di greggio da ogni pozzo entro la fine del decennio, cosa che equivarrebbe ad aumentare di circa 80 miliardi di barili le riserve stimate, ad oggi pari a poco oltre 260 miliardi di barili, seconde solamente al Venezuela. E sempre Nasser stima che le riserve totali salirebbero dagli attuali 800 miliardi a 900 miliardi di barili entro la fine del decennio, tenendo presenti anche quelle al momento non estraibili con la tecnologia odierna. D’altra parte, le regole della SEC, la Consob americana, sono chiare: gli assets delle società quotande devono essere oggetto di auditing da parte di analisti indipendenti. E quello che crea sospetti tra gli investitori è il fatto che Aramco pubblichi numeri costanti da anni sulle sue riserve. La società, che ha già affidato il monitoraggio a due analisti del Texas, ha spiegato che le riserve si sarebbero mantenute costanti, perché a fronte di petrolio estratto, vengono scoperti nuovi giacimenti. Sarà, ma i dubbi della finanza restano e fin quando non verranno sciolti, difficilmente potranno mobilitarsi capitali nell’ordine di 100 miliardi.

E’ evidente, però, che anche le aspettative sulle quotazioni future del petrolio abbiano un loro impatto dirompente: una cosa sarebbe prevedere un barile a 50 dollari, un’altra a 100 dollari. Non è un caso che il regno wahabita stia cercando nell’ultimo anno di sostenere un clima positivo attorno ai prezzi con l’accordo OPEC sul taglio della produzione, in modo da massimizzare le entrate attese dall’IPO. Riad intende cedere solamente il 5% in questa prima fase, ma la percentuale consentirebbe già di fare introitare alle sue casse statali fino a 100 miliardi, nel caso in cui la valutazione di Aramco fosse effettuata ai livelli segnalati dalla stessa compagnia. Sarebbe lo sbarco in borsa più grande di tutti i tempi, 4 volte superiore ai 25 miliardi raccolti dalla cinese Alibaba nel 2014. Resta da verificare quanta appetibilità, però, avrà l’IPO di una società, il cui 95% resterebbe nelle mani dello stato saudita, esponendo la gestione aziendale a criteri di tipo geo-politico, dato anche il settore sensibile in cui l’attività opera.

Il Brent è scambiato adesso a 57,81 dollari, in rialzo di quasi il 2% quest’anno, mentre il Wti americano ha perso oltre il 4%, ripiegando a 52,31 dollari. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Arabia Saudita necessita di quotazioni a 77 dollari per bilanciare i conti pubblici, un livello notevolmente superiore a quello attuale sui mercati, ma di gran lunga più basso dei 100 dollari richiesti nel 2014, anno di inizio del tonfo dei prezzi. Con la sua “Saudi Vision 2030”, il Principe Mohammed bin Salman, numero due del regno, punta a sganciare l’economia nazionale dalla dipendenza verso il petrolio e per farlo, quasi paradossalmente, ha bisogno proprio che Aramco sbarchi in borsa e frutti liquidità preziosa, che Riad userebbe per acquistare tempo, gestendo con minori ansia e asprezza la transizione. (Leggi anche: L’IPO di Aramco segnerà la fine dell’OPEC, ecco perché)

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