IPO Aramco, Londra in lotta con New York a suon di miliardi

Londra cerca di "comprarsi" l'IPO di Aramco con un'operazione pseudo-commerciale, ma dovrà fare i conti con la tenacia di Donald Trump, che punta a una quotazione a Wall Street.

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Il governo britannico ha concesso alla compagnia petrolifera Aramco garanzie su prestiti per 2 miliardi di dollari, ufficialmente finalizzate a incentivare la società saudita a comprare beni e servizi nel Regno Unito, stringendo le relazioni commerciali tra i due paesi. Tuttavia, in molti hanno intravisto nella mossa di Londra il tentativo di ingraziarsi i sauditi, a pochi mesi dall’IPO colossale da 2.000 miliardi. Il gruppo UK Export Finance nega che vi sia un legame tra i due dossier, ma è uno stesso alto funzionario del Tesoro londinese, Nelson MacPherson, ad avere criticato la decisione, accusando l’esecutivo di essere scaduto in una visione mercantilista, contraria al libero mercato e lanciando l’hashtag #stateaid, ovvero “aiuti di stato”. (Leggi anche: City contro petrolio a Londra: soldi sauditi non comprino nostre regole)

Non è un mistero che la City ambisca a ospitare parte della mega-quotazione in borsa di Aramco, che dovrebbe essere realizzata entro la fine dell’anno prossimo per il 5% del capitale. Se le aspettative di Riad fossero centrate, la compagnia potrebbe raccogliere sui mercati qualcosa come 100 miliardi, 4 volte in più dell’attuale record detenuto dalla cinese Alibaba con lo sbarco in borsa nel 2014. Il premier Theresa May si è recata in visita ufficiale in Arabia Saudita nei mesi scorsi, cercando sia di stringere i rapporti commerciali con il regno, sia anche di convincere la Corona a effettuare parte dell’IPO proprio a Londra.

Anche Trump ambisce a IPO Aramco a Wall Street

Aramco ha fatto sapere che la quotazione principale avverrà al Tawadul di Riad, ma anche che una o due secondarie saranno all’estero. In corsa, oltre alla City, vi sarebbe New York, ma secondo il ceo di Templeton, Mark Mobius, sia Wall Street che Londra sarebbero “nettamente fuori” dalla gara, perché i sauditi intravederebbero il rischio di disguidi legali nell’uno e nell’altro caso, a causa delle stringenti regole sulla trasparenza. E la compagnia, spiega, non avrebbe intenzione di rivelare del tutto i propri dati. Proprio nei giorni scorsi, il presidente americano Donald Trump aveva invitato i sauditi a quotarsi a New York con un tweet eloquente: “Apprezzerei molto se l’Arabia Saudita quotasse Aramco al NYSE. Importante per gli USA!”. Successivamente, si è spinto fino ad appoggiare le purghe di Riad contro oppositori di peso della monarchia, tra cui principi e magnati.

Per Londra, l’IPO di Aramco sarebbe importantissima sul piano dell’immagine in pieno negoziato sulla Brexit, dimostrando al resto del mondo che la City è e resterà un hub finanziario di rilevanza mondiale, pure all’infuori della UE. Lo stesso governo May otterrebbe un successo, dopo essere uscito indebolito dalle elezioni anticipate di giugno e traballando in queste settimane, tra scandali sessuali e leadership conservatrice in caduta libera. Ma Trump non è certo tipo che molla. Il suo legame con il Principe Mohammed bin Salman, 32 anni, vero detentore del potere politico saudita, si sta facendo sempre più stretto e ciò potrebbe alla fine avvantaggiarlo nella gara per la quotazione.

Intanto, si apprende che l’auditing indipendente, affidato a due società con sede nel Texas – DeGolyer and NacNaugton e Gaffney, Cline and Associates – sarebbe stato realizzato già per due terzi, ma che non verrà completato entro l’anno, come pure sperava la compagnia. Stando ai risultati preliminari, vi sarebbe un sostanziale riscontro delle informazioni ad oggi fornite da Aramco sulle sue riserve petrolifere per 261 miliardi di barili, le seconde più alte al mondo dopo quelle del Venezuela. Molti analisti hanno messo in dubbio tali dati, anche perché sono fissi da decenni. Riad si è sempre difesa, sostenendo che a fronte di nuove estrazioni, le scoperte di ulteriori giacimenti avrebbero mantenuto stabili i livelli delle riserve. Un dato eccessivamente discostante rispetto a quello sinora conosciuto smuoverebbe la valutazione dell’IPO in alto o in basso. (Leggi anche: IPO Aramco nel 2018 tra veleni e sospetti)

 

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