Investire a Wall Street? Ecco cosa ci suggerisce questo segnale

Quale segnale vi sarebbe sulla borsa americana per le prossime settimane? Uno sembra abbastanza chiaro.

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Quale segnale vi sarebbe sulla borsa americana per le prossime settimane? Uno sembra abbastanza chiaro.

La decisione della BCE di ieri di estendere il piano di stimoli monetari al settembre dell’anno prossimo, ma a un ritmo dimezzato di 30 miliardi al mese, lasciando i tassi invariati e supportando il “quantitative easing” con il reinvestimento “totale” degli assets in scadenza “per un periodo esteso di tempo”, ha rinvigorito il mercato dei bond governativi nell’Eurozona, mentre i rendimenti dei Treasuries a 10 anni sono saliti ai massimi da sette mesi, con l’inevitabile ampliamento dello spread Treasury-Bund decennale fino a poco oltre i 200 punti base, il livello più alto da fine aprile.

Il divario tra i rendimenti sovrani americani e quelli tedeschi segnala le attese del mercato per il cambio euro-dollaro. Tale indicatore è stato alla ribalta delle cronache finanziarie tra la fine del 2016 e fino al gennaio di quest’anno, quando era salito ai livelli più alti dalla caduta del Muro di Berlino, facendo intravedere quello che sembrava essere alla portata in quelle settimane, ovvero il raggiungimento della parità per il cross valutario. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, che segnala lo spread Treasury-Bund?)

Non è andata così, sappiamo che tra allentamento delle tensioni politiche e miglioramento del ciclo economico nell’Eurozona e investitori in attesa di toccare con mano le promesse dell’amministrazione Trump, non solo il cambio euro-dollaro non ha sfiorato la parità, ma al contrario ha risalito gradualmente la china, specie dopo le elezioni in Francia, sfondando quota 1,20 tra agosto e settembre. E così, da un livello prossimo al 2,20%, lo spread Treasury-Bund crollava a 170 punti base a luglio, quando effettivamente i mercati erano posizionati per un indebolimento del dollaro e un rafforzamento dell’euro, cosa che è avvenuta nelle settimane seguenti.

Il segnale per Wall Street

Altro aspetto non secondario di questo indicatore risiede nella sua robusta correlazione positiva con l’andamento dell’indice S&P 500 di Wall Street. Nell’ultimo decennio, al crescere dell’uno, è salito pure l’altro nell’89% dei casi fino alla fine del 2016. Restringendo lo sguardo a quest’anno, non possiamo dire la stessa cosa, se è vero che lo spread tra i due bond si è ristretto, ma la borsa americana ha continuato a correre, segnando nuovi record.

In effetti, l’indicatore sembrerebbe più un buon segnale per i movimenti nel medio-lungo termine, che non nel breve.

Ma come potremmo interpretare una simile correlazione e come sfruttarla per gli investimenti? Spread Treasury-Bund in ascesa segnala un tendenziale rafforzamento del dollaro contro l’euro (indebolimento del cambio euro-dollaro), cosa che spingerebbe il mercato a puntare su Wall Street, dato che le azioni americane, a parità di prezzo, varranno di più. Si potrebbe anche leggere questo movimento in altro modo, ovvero come sintomo di una rotazione tra il comparto obbligazionario e quello azionario negli USA, in favore di quest’ultimo. Lo spread sale quando ci si aspetta tassi USA relativamente più alti di quelli nell’Eurozona, cosa che indebolisce il cambio euro-dollaro da un lato e che spinge i traders a vendere Treasuries, in previsione di perdite per i titoli a reddito fisso negli States, ma impiegando la liquidità così liberata a Wall Street con l’acquisto di azioni. (Leggi anche: Taglio tasse promesso da Trump piega Treasuries e oro)

Attenzione al fattore petrolio

Un’altra correlazione apparentemente solida si avrebbe anche tra il suddetto spread e il rapporto prezzi/utili per le società quotate nel listino S&P 500. Esso si attesta attualmente a 23,3, quasi doppiando i livelli del settembre 2013, quando era ancora a 13. In teoria, più alto è, più l’azionario rischia di essere sopravvalutato, ovvero in bolla. Sfruttando il segnale, potremmo dedurre che investire a Wall Street nelle prossime settimane potrebbe rivelarsi doppiamente positivo. In primis, perché le quotazioni azionarie salirebbero, secondariamente per l’effetto cambio atteso. D’altra parte, se è vero che quest’anno la borsa americana sia salita, pur in presenza di un calo dello spread Treasury-Bund, è anche vero che al netto del ripiegamento del dollaro, i guadagni risulterebbero più che dimezzati e inferiori al +7,5% messo a segno mediamente dalle borse europee, senza contare il +10% dell’euro contro il dollaro.

La risalita di tale indicatore sarebbe un segnale positivo per Wall Street e per il mercato obbligazionario nell’Eurozona. I rendimenti decennali dei nostri titoli di stato sono scivolati ieri fino a un minimo dell’1,95%, un livello che non vedevamo così basso dal giugno scorso. Dunque, più azioni USA e bond europei? Per qualche mese potrebbe funzionare così. Occhio, però, all’andamento di un altro prezzo, quello del petrolio. Nelle ultime sedute, il Brent si è portato sopra i 58 dollari al barile sulle voci di un’estensione dell’accordo OPEC fino a tutto l’anno prossimo per tagliare la produzione. Una ulteriore accelerata avvicinerebbe i target d’inflazione presso le economie avanzate. Ma se la Federal Reserve si è già incamminata da quasi due anni sulla strada della stretta, per la BCE implicherebbe compiere passi più veloci per uscire dal piano di stimoli. La divergenza monetaria tra le due sponde dell’Atlantico si ridurrebbe, il cambio euro-dollaro si rafforzerebbe e il comparto obbligazionario nell’Eurozona inizierebbe a soffrire, abbassando lo spread Treasury-Bund e potenzialmente ponendo fine ai guadagni di Wall Street. (Leggi anche: Perché petrolio e tassi sono legati)

 

 

 

 

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