Investire in Turchia, le potenzialità della Tigre del Bosforo

Il boom economico e il basso debito sono i punti di forza della Turchia. I rischi chiaramente non mancano ma la Turchia è soprattutto un'occasione

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Il boom economico e il basso debito sono i punti di forza della Turchia. I rischi chiaramente non mancano ma la Turchia è soprattutto un'occasione

Quando il premier Recep Tayyip Erdogan assunse la guida della Turchia oltre dieci anni fa, il Paese era nel pieno di una bufera finanziaria e la crisi economica mordeva pesantemente famiglie, banche e imprese. Oggi, è tutta un’altra storia. Perché nel frattempo, il Pil turco è cresciuto di oltre tre volte i livelli del 2002 a un ritmo medio annuo di oltre il 5%, ma toccando anche il 9% nel 2010 e registrando un abbassamento del tasso d’inflazione al 6-7% nel triennio, livello inusitatamente basso per la recente storia economica anatolica. Insomma numeri che fanno della Turchia uno dei più importanti paesi emergenti.

 

Economia turca: il debito pubblico è stato abbattuto

Nel frattempo, il debito pubblico si è dimezzato, passando dal 75% del 2002 a meno del 40% dell’anno appena trascorso e con la prospettiva di ulteriori cali quest’anno e nei prossimi, grazie a una politica fiscale accorta e caratterizzata da un’incidenza bassa della spesa pubblica sul pil. Grazie a ciò, mentre gli interessi sul debito ammontavano al 40% delle spese totali dello stato un decennio fa, oggi non superano il 12%.

E anche l’economia privata risulta poco indebitata, così come le banche molto più efficienti del passato. E così nel 2012, malgrado il rallentamento della crescita a un più contenuto 3% (Hsbc stimano un +5% per l’anno in corso), l’indice Ise, il principale della borsa di Istanbul, ha messo a segno un ottimo +40%, contro la media del 15% dei mercati emergenti. E l’Msci è cresciuto, addirittura, del 60,5%. Le prospettive vengono stimate positive anche per i prossimi mesi, per via di un rapporto ancora basso tra prezzo e utili delle società quotate, pari a 10,5, inferiore alla media dei Paesi emergenti, quando le imprese turche, invece, vedono utili in salita.

E a novembre, l’agenzia di rating Fitch ha promosso i titoli del debito turchi al livello di investment grade, ossia prospettando per gli istituzionali la possibilità di investire in questa parte del pianeta. Ciò, dopo che a luglio Moody’s aveva migliorato il suo giudizio a Ba1, un livello sotto l’investment grade.

 

Investire in Turchia: i fattori di rischio

Certo, le opportunità si accompagnano anche in Anatolia a qualche rischio. Il più importante si chiama lira turca. La valuta di Ankara risulta ancora non molto stabile, sebbene negli ultimi tempi più che in passato, a causa di un forte passivo della bilancia commerciale, che ancora oggi tocca l’8% del pil. Ciò sarebbe frutto di una domanda privata in netto aumento, con i consumi che crescono negli ultimi anni a ritmi del 6-7% all’anno. Tuttavia, anche al fine di lottare contro l’inflazione, la politica monetaria mira ultimamente a una maggiore stabilità dei prezzi e della valuta, cosa che si sta riflettendo in un aumento più contenuto dell’inflazione, come dicevamo.

Un altro aspetto considerevole è, poi, la stabilità politica ritrovata dopo decenni più tormentati. Sotto Erdogan e il suo partito conservatore Akp, la Turchia sembra avere ritrovato una forte solidità interna, all’insegna delle riforme verso il libero mercato e all’apertura degli scambi commerciali. Questi ultimi vedono le esportazioni anatoliche crescere sempre più verso l’Oriente, il cui mercato ha pressoché raggiunto il peso di quelli di sbocco europei (34% contro 40%).

Certo, fin quando non si sarà riequilibrata la bilancia commerciale, l’investimento in bond pubblici e privati turchi resta soggetto alla variabile del tasso di cambio, per quanto non sia in dubbio la solidità delle finanze statali. Meglio, forse, puntare sui titoli azionari, che rimangono appetibili, nonostante i forti apprezzamenti dell’ultimo biennio. Ma più in generale, l’economia potrà continuare a giovarsi anche nei prossimi anni di una manodopera abbondante e a basso costo, se si considera che la metà dei 75 milioni della popolazione ha un’età inferiore e pari ai 30 anni e che la disoccupazione si attesta ancora al 9%.

C’è, quindi, un serbatoio del lavoro da utilizzare, che lascia sperare in un contenimento dei costi di produzione anche nei prossimi anni.

In ogni caso, bond o azioni che siano, i rendimenti ottenuti dagli italiani che hanno avuto accesso al mercato turco tramite fondi comuni ed Etf sono impressionanti. In un solo anno, il Turkey Equity Ac di Hsbc ha registrato un guadagno del 63%, mentre Equity Turkey Classic/cap di Bnp-Paribas del 56%. Sul comparto obbligazionario, Dexia con Turkey C ha ottenuto un guadagno del 22%, rendimenti da capogiro per un mercato sviluppato come il nostro.

Non è un caso che tutti si stiano accorgendo della Turchia, cresciuta in silenzio, quando tutti parlavano della Cina. Già oggi, con oltre 820 miliardi di dollari di pil, l’economia turca risulta al 17esimo posto della classifica mondiale, ma il premier ha rassicurato che entrerà nella top ten da qui al 2023, anno in cui sarà celebrato il primo secolo dalla rivoluzione di Mustafà Kemal.

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