Investire in Bund, la folle “repressione finanziaria” spiegata con la crisi dell’euro

I rendimenti tedeschi sono fin troppo bassi per un'economia con inflazione sopra al 2% e segnalano che la "repressione finanziaria" in corso sia un atto di sfiducia nell'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I rendimenti tedeschi sono fin troppo bassi per un'economia con inflazione sopra al 2% e segnalano che la

Le stamperie della BCE lavoreranno a bassi regimi dall’ottobre prossimo, mentre dal gennaio 2019 non saranno più attive. Lo ha comunicato l’ultimo board dell’istituto di un paio di settimane fa, anticipando il ritiro degli stimoli monetari e il rialzo dei tassi probabilmente nella seconda metà dell’anno prossimo. La normalizzazione della politica monetaria di Francoforte, tuttavia, avverrà senza fretta, tanto che i titoli di stato hanno ripreso fiato dopo l’annuncio, mentre il cambio euro-dollaro è arrivato a scendere fino ai minimi da 11 mesi. Sta di fatto che siamo ben lontani da mercati finanziari “normali”. Partiamo da un presupposto logico: quando investi su un asset, il tuo obiettivo consiste nel portare a casa almeno un minimo rendimento, dati i rischi. Quello che sta accadendo in questi anni è che alcuni assets, già all’atto dell’investimento, si mostrano in perdita. Ragione vorrebbe che nessuno li acquistasse, ma così non è stato e così continua a non essere.

Investire in Bund anche con rendimenti negativi? Ecco perché avrebbe senso

Prendiamo i titoli di stato. Quelli tedeschi mostrano ancora rendimenti negativi fino ai 7 anni, ma le scadenze rendevano sottozero fino ai 10-15 anni nell’estate del 2016, quando iniziò una lenta discesa dei prezzi in previsione della reflazione in corso, che si è mostrata a sua volta ben più flebile e graduale delle attese. Nell’agosto di due anni fa, un Bund a 10 anni arrivava a rendere il -0,20%. Ciò significa che alla scadenza, chi lo avesse acquistato si sarebbe portato a casa una perdita secca di oltre il 2%. Attenzione, perché questa sarebbe la perdita nominale, ma quella reale si mostra ben più pesante. Considerando la crescita dei prezzi, infatti, investire oggi 100 in un titolo che tra 10 anni è come se ti venisse rimborsato a 98, scontato l’effetto delle cedole, implica avere rinunciato anche a recuperare la perdita del valore di acquisto della moneta. Stimando che l’inflazione annua nell’Eurozona sia in linea con il target della BCE (di poco inferiore al 2%), significa mettere in conto una perdita complessiva pari al 20% in un decennio.

Perché mai un investitore dovrebbe acquistare un titolo, sapendo che perderà il 20% da qui ai 10 anni? Ancora oggi, le condizioni sui mercati non sono affatto migliorate, anzi. Restiamo sempre in Germania, dove un decennale offre appena lo 0,3-0,4%, a fronte di un’inflazione tedesca che ormai supera il 2%. Chi lo compra, si trova a perdere intorno all’1,8% all’anno in termini reali, ovvero il 18% nell’arco di un decennio. Peggio va sulle scadenze più brevi: un biennale rende ancora il -0,67% oggi, per cui la perdita certa alla scadenza viaggia in area 1,3%. Sommando l’inflazione, arriviamo a oltre il 5%.

Repressione finanziaria e spread alti

Ora, questa follia è nota anche come “repressione finanziaria”, ovvero la condizione a cui sono sottoposti gli investitori e per la quale sono costretti ad accettare perdite sugli impieghi dei loro capitali. Frutto di un’abbondante liquidità sui mercati avanzati, generata da anni di accomodamento monetario senza precedenti. La BCE ha iniziato a comprare svariati assets per 60 miliardi al mese nel marzo 2015, accelerando a 80 miliardi mensili per un anno e tagliando il piano a 30 miliardi dal gennaio scorso, tutto con l’obiettivo di sostenere la ripresa dell’inflazione, che pare seguire dinamiche del tutto avulse dalle stamperie dell’istituto. Si consideri che circa i due terzi di tali acquisti riguardano proprio i titoli di stato dell’Eurozona con rating “investment grade”.

C’è un baco in questa narrazione. Non è vero che gli investitori non abbiano alternative concrete alle perdite certe. Un BTp a 2 anni rende lo 0,8-0,9%, uno a 10 anni il 2,8%. Una banca, un’assicurazione, un fondo, un investitore individuale tedesco, quindi, anziché puntare sui bond domestici con rendimenti sottozero e nettamente più bassi dell’inflazione persino sulle scadenze lunghe, potrebbero semplicemente dirottare i capitali sui nostri bond, spuntando rendimenti positivi superiori e persino convenienti sul piano reale. Oggi come oggi, il rendimento effettivo alla scadenza di un decennale italiano sarebbe di circa il 10% per chi vivesse in Germania. Perché rinunciare al +10% e acquistare un -15%?

Perché spread e rendimenti BTp stanno scendendo e forse lo faranno ancora

I mercati scommettono contro l’euro

Questi dati sarebbero la riprova che l’Eurozona come unione monetaria continua ad essere una finzione tenuta a galla dalla BCE. A meno di temere in un default da qui a breve dell’Italia, non si vede ragione concreta per non spostare i capitali dalla Germania all’Italia, di fatto azzerando o minimizzando gli spread. Si eccepirà che i nostri BTp siano poco sicuri, essendo i titoli di un debito pubblico gigantesco. Vero, ma lo stesso, pur in misura minore, sta accadendo negli altri stati del sud Europa. Perché un decennale spagnolo dovrebbe rendere circa l’1% in più di uno tedesco, quando il rischio default di Madrid sarebbe praticamente inesistente? La spiegazione, ahi noi, risiederebbe in altre dinamiche. Gli investitori non temerebbero il default di questo o quello stato, bensì il rischio rottura dell’Eurozona.

Se l’euro da qui a tot anni non esistesse più, si tornerebbe alle monete nazionali. A quel punto, avere acquistato Bund espressi in euro-marchi apparirà molto più conveniente che avere acquistato BTp in euro-lire. I primi varrebbero decine di punti percentuali in più per l’effetto cambio, i secondi decine di punti percentuali in meno. E allora, quello che oggi sembra una follia – investire in bond con perdite certe – lo è relativamente. Se il timore dei mercati trovasse conferma, l’aver scommesso sui Bund si sarà rivelato un investimento proficuo, in quanto avrebbe messo al riparo da rischi i capitali e generato persino un rendimento reale positivo, che al momento sembra fuori dalla realtà.

Cosa può fare la BCE per evitare che la crisi della BCE travolga l’euro?

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Argomenti: bolla finanziaria, bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Economia Europa, rendimenti bond, Spread

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