Dove investire se in Francia vince la Le Pen?

Dove investire con l'eventuale vittoria di Marine Le Pen alle elezioni in Francia? Ecco qualche possibile porto sicuro.

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Dove investire con l'eventuale vittoria di Marine Le Pen alle elezioni in Francia? Ecco qualche possibile porto sicuro.

Le elezioni presidenziali in Francia appaiono sempre meno scontate e se fino a pochi giorni fa sembrava assodata una sconfitta della candidata euro-scettica Marine Le Pen al ballottaggio contro qualsiasi altro sfidante dell’“establishment”, i sondaggi iniziano a segnalare qualche incertezza. I mercati hanno esternato qualche forma di nervosismo, con lo spread tra i rendimenti francesi e quelli tedeschi a 10 anni salito ai massimi da oltre 4 anni. Una vittoria della leader del Fronte Nazionale non è stata, però, scontata dagli investitori, che continuano semmai a prendere atto che qualche rischio ci sarebbe.

Ma in cosa converrebbe investire nel caso la Le Pen vincesse davvero le elezioni? E’ evidente che la Francia, insieme al Sud Europa, sarebbe tra i mercati più danneggiati dalla fuga dei capitali, almeno nel breve termine, derivante da un simile scenario. I prezzi dei bond scenderebbero, i rendimenti aumenterebbero e gli spread pure. Sarebbe potenziale crollo anche per i mercati azionari, non fosse altro per il timore di una rottura dell’Eurozona, che farebbe retrocedere quasi certamente, e nel migliore dei casi, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia nel gruppo B, quello con una moneta unica più debole. L’alternativa più realistica allo scenario attuale sarebbe, però, il ritorno alle monete nazionali. (Leggi anche: Vittoria Le Pen non scontata dai mercati, sarebbe un terremoto)

Germania porto sicuro?

Chiaramente, non è detto che nemmeno la Le Pen porti la Francia fuori dall’euro. Per farlo, avrebbe bisogno di un mandato popolare, ovvero di vincere un apposito referendum, cosa che allo stato attuale non sembra alla portata. In ogni caso, sarebbero mesi di tensioni, dalle quali verrebbe spontaneo ripararsi. Ma dove?

La Germania sarebbe tra i pochi porti sicuri a cui fare affidamento. La Borsa di Francoforte ha dimostrato di reagire meglio della media alla crisi del debito sovrano, segnando un progresso di un terzo del suo valore nella fase più acuta, ovvero tra il settembre del 2011 e il settembre 2012. Le borse europee guadagnarono il 20% nello stesso periodo. (Leggi anche: Rendimenti Bund, quando saliranno con l’inflazione al 2%?)

Prezzi dell’oro limitati dal super dollaro

Portare i capitali in Germania sarebbe perfettamente ragionevole, perché nel caso di fine dell’euro, tornando al marco, i tedeschi si rimetterebbero in tasca una moneta nazionale più forte di quella che utilizzano oggi, mentre l’Italia, ad esempio, avrebbe una lira più debole. E dovendo scegliere tra bond e azioni, sarebbero preferibili le seconde, non fosse altro perché in tempi di reflazione, difficilmente sarebbero sostenibili a lungo i prezzi obbligazionari attuali, già alti.

E l’oro? Da bene-rifugio per eccellenza, dovrebbe fornire qualche garanzia, ma si tenga conto che i suoi guadagni sarebbero limitati dal rafforzamento del dollaro. Negli ultimi 5 anni e mezzo, le quotazioni del metallo hanno arretrato di un terzo e, guarda caso, il biglietto verde si è apprezzato mediamente altrettanto contro le principali valute, nello stesso lasso di tempo. Le politiche fiscali espansive dell’amministrazione Trump ci si attende che lo rafforzino fino al 25% ancora. (Leggi anche: Super dollaro sì o no)

Investire in Giappone e Svizzera

La Borsa di Tokyo potrebbe essere un altro porto sicuro su cui puntare. All’apice della crisi dell’euro, essa rimase costante, così come il cambio contro il dollaro. Rispetto ad allora, però, lo yen è più debole del 30%, ragione per cui potrebbe tornare a rafforzarsi nel caso di tensioni nell’Eurozona, di fatto rendendo conveniente investire nel mercato azionario e obbligazionario nipponico, con preferenza per il primo.

Infine, la Svizzera. Nell’anno terribile della crisi dell’euro, la Borsa di Zurigo ha guadagnato circa il 20%, a fronte di un cambio stabile, ma che al quale fu impedito dalla banca centrale elvetica proprio a partire da quel periodo e fino al gennaio 2015 di rafforzarsi, essendo stato imposto un tasso minimo di 1,20 contro l’euro. Ulteriori apprezzamenti non verrebbero tollerati dall’istituto, ma i mercati sin dalla Brexit segnalano di essere tornati a scommettere proprio su Zurigo. (Leggi anche: Franco svizzero, banca centrale interviene ancora sulle tensioni nell’Eurozona)

 

 

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