Investire in Europa nel 2017 potrebbe diventare un affare

Investire in Europa tra Brexit, crisi delle banche italiane e rischi politici potrebbe essere persino molto redditizio nel 2017. Vediamo perché.

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Investire in Europa tra Brexit, crisi delle banche italiane e rischi politici potrebbe essere persino molto redditizio nel 2017. Vediamo perché.

Il cambio euro-dollaro si attesta a 1,045, in calo del 4% quest’anno, riflesso di una divergenza monetaria attesa tra la Federal Reserve e la BCE. La prima ha a che fare con un’economia americana in piena crescita, un tasso di disoccupazione ben sotto il 5% e un’inflazione vicina al target; la seconda si trova ancora a dover stimolare un pil nell’Eurozona inchiodato intorno a tassi di crescita quasi stagnanti e molto eterogenei nell’area, un’inflazione ancora una frazione del target, mentre la disoccupazione resta a ridosso delle due cifre e con punte del 23% in Grecia e del 18% in Spagna.

Si respira un’aria di tensione, mista a scetticismo sul futuro a breve dell’unione monetaria e della UE, in generale, dato che sul Vecchio Continente pesa anche il capitolo Brexit, apertosi quasi inaspettatamente sei mesi fa. Eppure, il 2017 potrebbe riservare parecchie sorprese positive per chi abbia intenzione di investire in Europa. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro, l’inevitabile conclusione della Germania)

Investire in Europa sotto elezioni

Le questioni più temute dal mercato sono le elezioni in stati-chiave come Olanda, Francia e Germania, forse anche Italia e Grecia, così come lo stato di salute delle banche italiane.

Iniziamo dagli appuntamenti elettorali. Il primo paese chiamato alle urne sarebbe l’Olanda, dove i liberali del premier Mark Rutte sono insidiati dagli euro-scettici del Partito delle Libertà di Geert Wilders, i quali primeggiano nei sondaggi. Tutto vero, ma ci si dimentica che proprio il premier uscente ha governato insieme a Wilders fino al 2012, quando la coalizione naufragò sulla riforma delle pensioni.

 

 

 

 

Un presidente francese thatcheriano?

Ora, non che questo possa rassicurare del tutto, ma un’eventuale vittoria degli euro-scettici olandesi potrebbe essere meno traumatica delle previsioni, visto che dovrebbero coalizzarsi con i liberali oggi al governo per ottenere la maggioranza in Parlamento. Aldilà dei toni, quindi, non vi sarebbe in vista un vero esecutivo anti-UE.

Ancora meglio agli investitori potrebbe andare in Francia. Il candidato del centro-destra, François Fillon, è accreditato di circa il 30% al primo turno delle elezioni presidenziali.

Dovrebbe battere agevolmente la candidata della destra radicale, Marine Le Pen, fino a poche settimane fa uno spauracchio dei mercati. Cos’è cambiato? Che il candidato conservatore, emerso a sorpresa alle elezioni primarie del suo partito, ha sbaragliato avversari della portata di Nicolas Sarkozy e Alain Juppé con un programma economico thatcheriano, improntato sui tagli alla spesa pubblica, alle tasse e sulle liberalizzazioni, ad iniziare dal mercato del lavoro. (Leggi anche: Elezioni Francia, Fillon stravince primarie destra e straccia Le Pen nei sondaggi)

Nessun allarme politico in Germania

Tra quattro mesi e mezzo, quindi, a Parigi potrebbe esservi un nuovo presidente molto “market-friendly”, quando fino a poco tempo fa sembrava aleggiare lo spettro di un candidato nazionalista euro-scettico, ipotesi molto improbabile quest’ultima che si realizzi.

E in Germania? I conservatori della cancelliera Angela Merkel sono in difficoltà sul fronte sicurezza e immigrazione, come dimostra il recente attentato a Berlino. Ne guadagnano gli euro-scettici dell’AfD, ma che nei sondaggi non stanno esattamente volando, attestandosi intorno al 12-15%. Per quanto in calo, la CDU-CSU dovrebbe ottenere pur sempre oltre il 30% dei voti, risultando di gran lunga ancora primo partito. Tra nove mesi, quindi, è assai probabile che avremmo il quarto governo a guida Merkel e sostenuto sempre da una Grosse Koalition tra cristiano-democratici e social-democratici della SPD. (Leggi anche: Intervista alla leader euro-scettica tedesca)

 

 

 

 

Nessun rischio reale in Italia e Grecia

Due i paesi a rischio elezioni anticipate: Italia e Grecia. Ad Atene, il governo Tsipras potrebbe dimettersi, in polemica contro Bruxelles sul mancato ottenimento della ristrutturazione del debito in mano ai creditori pubblici. Ma se oggi come oggi si tornasse a votare, tutti i sondaggi indicano vincitori netti i conservatori filo-UE di Nuova Democrazia, i quali doppierebbero nei consensi la sinistra radicale di Syriza. (Leggi anche: Grecia, Tsipras ammette: elezioni anticipate senza accordo sul debito con UE)

Infine, l’Italia. I mercati temono la vittoria del Movimento 5 Stelle, ritenuto euro-scettico per quella sua proposta di indire un referendum sulla permanenza nell’Eurozona, ma la riforma della legge elettorale dovrebbe impedire proprio che ciò accada, riducendo la portata maggioritaria del sistema di voto.

Il vero rischio a Roma è il caos politico, che saremmo in grado di risolvere con le solite ammucchiate tra coalizioni eterogenee, ma nulla di inquietante per la sopravvivenza della moneta unica.

E alla fine sarà accordo sulla Brexit

Quanto al capitolo banche italiane, il salvataggio di MPS potrebbe risultare insufficiente, ma grazie al sostegno di Forza Italia in Parlamento, il governo Gentiloni godrebbe di una maggioranza in grado di affrontare anche un’eventuale emergenza dalle dimensioni superiori a quelle sinora stimate ufficialmente.

Resta la Brexit, il cui negoziato partirà entro fine marzo prossimo. Sarà inevitabilmente teso nei primi mesi, anche per via delle scadenze elettorali nel corso del 2017, ma dopo una fase di ostentata sceneggiata, Londra e Bruxelles opteranno per un dialogo più costruttivo e che preservi l’integrità del mercato comune. Troppi gli interessi economici in gioco per entrambe le parti, tali da non avallare atteggiamenti di scontro insensato. (Leggi anche: Industria auto Germania in pressing sulla Merkel: no a Brexit hard)

 

 

 

 

Pessimismo esagerato?

Certo, le cose potrebbero sempre andare molto diversamente. In primavera potremmo assistere a una vittoria di Le Pen alle presidenziali francesi, così come al più tardi entro l’inverno 2018 a una vittoria pentastellata a Roma. Sarebbe la fine (forse) dell’euro e dell’intera impalcatura europea. Ma parliamoci francamente: ad oggi non sembra uno scenario probabile. (Leggi anche: Governo Grillo-Salvino dopo le elezioni?)

 

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