Wall Street rischia il crollo o possiamo guardare con fiducia al mercato azionario?

Siamo alla vigilia di un crollo azionario? Dovremmo optare per una fuga dalla borsa o possiamo guardare al futuro prossimo con ottimismo?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Siamo alla vigilia di un crollo azionario? Dovremmo optare per una fuga dalla borsa o possiamo guardare al futuro prossimo con ottimismo?

Gli analisti finanziari si chiedono se il rally della borsa americana stia giungendo al culmine o se vi sia, invece, spazio per una ulteriore fase positiva. E’ di pochi giorni fa la dichiarazione di un investitore non certo improvvido, Warren Buffett, secondo cui se l’amministrazione Trump sarà in grado di fare bene per l’economia americana, l’indice Dow Jones schizzerebbe a 100.000 punti dai meno di 21.000 attuali. Eppure, Wall Street ha corso tanto: negli ultimi 8 anni, da quando si è ripresa dal crac di Lehman Brothers, l’S&P 500, che misura le variazioni delle più grandi società americane, ha guadagnato il 180%, salendo ai nuovi massimi storici. Stando così le cose, conviene continuare a investire in azioni o ripiegare sui bond? In altre parole, siamo alla vigilia di una forte correzione in borsa, ovvero un modo carino per dire che forse il mercato azionario globale starebbe per crollare?

L’investitore ha dinnanzi a sé, grosso modo, una doppia scelta: investire sul mercato azionario o buttarsi sul più sicuro obbligazionario. I prezzi del primo rispecchiano l’andamento degli utili sottostanti, mentre quelli dei bond sono inversamente correlati ai rendimenti. Poiché le azioni sono tipicamente investimenti più a rischio delle obbligazioni, l’investitore tende a puntare su di loro quando il rendimento esibito risulti maggiore di quello delle seconde. In altre parole, richiede un premio per il rischio, che possiamo calcolare come spread tra “e/p” e “r”, dove e/p è il rapporto tra utili e prezzo delle azioni e r è il rendimento dei Treasuries a 10 anni. (Leggi anche: Borsa americana sull’orlo di una crisi di debito?)

Quanto vale Wall Street rispetto ai bond

Oggi, l’S&P 500 esibisce una capitalizzazione complessiva delle società quotate nel listino di oltre 25 volte gli utili maturati nell’ultimo anno, ovvero un rendimento del 3,9%. I decennali del Tesoro USA, invece, si aggirano in prossimità del 2,60%, per cui lo spread tra i due rendimenti è attualmente in area 130 punti base o 1,3%. Poco? Tanto?

Un anno fa, il rendimento azionario era del 4,2%, quello dei Treasuries decennali poco sotto il 2%. Lo spread tra i due risultava, quindi, in area 225 bp o 2,25%. In dodici mesi, il mercato azionario americano è diventato meno appetibile rispetto all’investimento “sicuro” nei titoli di stato a stelle e strisce. Basta questo per dire che stiamo per imbatterci in un crollo di Wall Street? E se sì, a quale livello di spread dovremmo preoccuparci? (Leggi anche: La borsa americana reggerà alla crisi del settimo anno?)

I precedenti crolli azionari

Abbiamo analizzato gli ultimi cinque precedenti crolli azionari verificatisi a Wall Street, di cui il più recente nel settembre del 2008, quando esplose la crisi dei mutui subprime. Allora, la ragione del crac fu, appunto, il panico per quanto accaduto con Lehman Brothers, non lo scoppio della bolla azionaria. Questa avvenne, invece, a metà 2000 con la fine della fase d’oro della new economy, quando in 27 mesi l’S&P 500 perse il 46%. All’inizio del crollo, il rendimento azionario era del 3,5-3,6%, quello dei Treasuries a 10 anni del 6,5%. Lo spread si aggirava sui 300 bp.

Prima ancora, un crollo Wall Street lo subì nel 1987, quando l’indice perse il 30% in appena un paio di mesi. Lo spread era allora di 370 bp. E quando a fine 1980, il mercato azionario americano iniziò a scontare la stretta monetaria che sarebbe stata avviata sotto la presidenza Reagan, scendendo del 28% fino al luglio del 1982, lo spread era di 200 bp. (Leggi anche: Bolla finanziaria minaccia il pianeta)

Spread destinato a diminuire ancora

Questa ridda di cifre ci spiega un dato fondamentale: non esisterebbe un livello differenziale, al di sotto del quale scattano le vendite di azioni e gli investitori si rifugiano sui bond. Se non vi fosse stata la crisi dei mutui nel 2008, chissà a quale livello si sarebbe portato lo spread, prima che Wall Street iniziasse a soffrire, considerando che già risultava azzerato.

Dunque, i 130 punti odierni potrebbero anche essere considerati non allarmanti. Una cosa, però, la sappiamo: i tassi USA saliranno a marzo e lo faranno ancora anche altre 2-3 volte quest’anno. Il mercato ha pressoché del tutto scontato tali strette, ma i rendimenti dei Treasuries sembrano destinati a crescere. Se salissero al 3%, lo spread scenderebbe sotto i 100 bp, ceteris paribus. Sarà anche per questo che la stretta monetaria negli USA è la più lenta di sempre, in questa fase. Può anche accadere, che l’economia americana si mostri più forte di quanto già previsto, che gli utili delle società quotate negli USA accelerino e che, pertanto, i corsi azionari ricevano adeguato sostegno. (Leggi anche: A Wall Street sta per scoppiare la bolla finanziaria?)

Crollo della borsa sarebbe severo

Se non fosse così, dovremmo sospettare che prima o poi arrivi una correzione e potenzialmente anche severa. Le ultime cinque crisi borsistiche a New York ci hanno insegnato che i crolli non sono mai inferiori al 30% e che si dispiegano nell’arco di non meno di un anno e mezzo. Nulla ci dice che il futuro debba essere uguale al passato, ma possiamo profetizzare quanto accadrà domani sulla scorta degli eventi di ieri.

 

 

 

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Argomenti: bolla finanziaria, Economia USA, Famiglie

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