Investire ai tempi della reflazione, cosa ci aspetta nei prossimi mesi

Wall Street ha reagito bene al dato più temuto. L’inflazione negli USA a gennaio è salite mensilmente e annualmente oltre le attese, rispettivamente dello 0,5% e del 2,1%, seppure non accelerando su base annua rispetto a dicembre. Quella “core”, al netto delle componenti volatili, è anch’essa aumentata ai massimi da un anno, dello 0,3% mese […]

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Wall Street ha reagito bene al dato più temuto. L’inflazione negli USA a gennaio è salite mensilmente e annualmente oltre le attese, rispettivamente dello 0,5% e del 2,1%, seppure non accelerando su base annua rispetto a dicembre. Quella “core”, al netto delle componenti volatili, è anch’essa aumentata ai massimi da un anno, dello 0,3% mese […]

Wall Street ha reagito bene al dato più temuto. L’inflazione negli USA a gennaio è salite mensilmente e annualmente oltre le attese, rispettivamente dello 0,5% e del 2,1%, seppure non accelerando su base annua rispetto a dicembre. Quella “core”, al netto delle componenti volatili, è anch’essa aumentata ai massimi da un anno, dello 0,3% mese su mese. Era esattamente quanto gli investitori non avrebbero voluto vedere pubblicato dal Dipartimento del Lavoro, perché ha confermato la sensazione che vi sia in corso una reflazione presso la principale economia del pianeta, tale da costringere la Federal Reserve a porre fine al decennio dei bassi tassi. Nonostante ciò, gli indici azionari hanno chiuso in deciso aumento a New York, mentre i Treasuries hanno continuato a cedere, con i rendimenti a impennarsi di 8 punti base al 2,91% sulla scadenza decennale, salendo ai massimi da oltre 4 anni.

La “goldilocks economy” sta finendo. La fase di crescita economica moderata e bassa inflazione sembra lasciare il posto a un surriscaldamento dei prezzi, che sinora non era arrivato, frustrando le banche centrali principali e sfidando quasi le leggi dell’economia, visto che gli USA si trovano ormai in piena occupazione, così come la Germania. Se l’inflazione non attecchisce nemmeno in assenza di manodopera inutilizzata, cosa potrebbe sostenerla?

Fine della goldilocks economy

La fine della goldilocks economy, com’è stata ribattezzata negli ultimi tempi, quasi una contrapposizione alla “stagflazione” degli anni Settanta, comporta mutamenti sensibili negli atti di investimento in giro per il mondo, perché d’ora in poi sarà diverso l’ambiente in cui ci muoveremo. Negli ultimi anni, la ripresa delle economie avanzate ha coinciso con una fase di crescita positiva anche per le economie emergenti. E la bassa inflazione presso le prime ha coesistito con un’inflazione calante anche presso le seconde. La ragione di questo equilibrio “win-win” sta nelle quotazioni delle materie prime, crollate dal 2014 e in ripresa solo nell’ultimo anno.

Il petrolio, ad esempio, è passato dai 115 dollari al barile del giugno di 4 anni fa ai 25-30 dollari del gennaio 2016 e solo grazie all’accordo OPEC per il taglio della produzione è risalito fino ai 70 dollari di gennaio, ripiegando del 10% da allora e fino ai 62-63 dollari delle sedute passate. Essendo le materie prime prodotte in molti casi presso le economie emergenti, quando si deprezzano (in dollari), colpiscono le loro ragioni di scambio, provocando un indebolimento dei rispettivi cambi e un aumento dei prezzi interni. Viceversa, presso le economie avanzate, quasi tutte importatrici nette, un mini-barile si traduce in minore inflazione e stimolo alla crescita.

Negli ultimi tempi, la ripresa delle quotazioni delle “commodities” non ha surriscaldato l’inflazione presso le economie consumatrici, complice un apprezzamento dei tassi di cambio da un lato e mercati del lavoro ancora caratterizzati da elevati tassi di disoccupazione dall’altro. Negli USA, quest’ultimo aspetto è venuto meno da qualche anno, ma la bassa inflazione non è stata scalfita dal +40% messo a segno dal dollaro in appena 3 anni e mezzo contro la media delle altre valute.

Mercati emergenti penalizzati?

Tutto questo sta finendo, sebbene i mercati abbiano anticipato in maniera un po’ eccessiva tali movimenti, com’è del resto nella loro natura istintiva, che lascia successivamente il posto alla riflessione e alla reazione più ragionata, come quella di questi ultimi giorni dopo il tonfo di Wall Street alla pubblicazione del dato sui salari orari americani a gennaio, cresciuti del 2,9% annuo, il ritmo maggiore dalla fine della recessione. Ora, il mercato del lavoro negli USA è in piena occupazione e anche in Europa vede la disoccupazione scendere ai minimi da quasi un decennio. Con la ripresa del greggio, l’inflazione stavolta dovrebbe iniziare a muoversi verso l’alto. La vera incognita sta nei tassi di cambio: il dollaro dovrebbe apprezzarsi con il prosieguo della stretta monetaria da parte della Fed e a maggior ragione anche l’euro. Se ciò avvenisse, almeno in parte verrebbe scalfito l’effetto del rincaro del greggio, il quale segnala, peraltro, una stabilizzazione intorno ai 65 dollari.

Lo scorso anno sono affluiti presso le economie emergenti 150 miliardi di dollari in favore di bond e azioni. La domanda delle domande è se abbia senso continuare a credere che questo trend durerà anche nei prossimi mesi. Per rispondere, dobbiamo premettere quale scenario ipotizziamo. Nel caso di una reflazione in USA ed Europa, dovremmo prevedere una politica monetaria meo accomodante delle attese nelle due aree, con la conseguenza che i rendimenti sovrani e obbligazionari, in generale, saliranno. Verrà meno l’incentivo a puntare sui mercati emergenti, com’è accaduto sinora per la fame di rendimento presso le principali economie. Se, invece, non fosse la reflazione lo scenario immaginato, evidentemente ci aspetteremmo un apprezzamento di dollaro ed euro, in particolare, e/o una stabilizzazione dei prezzi energetici. Entrambi i dati non deporrebbero in favore degli investimenti verso i mercati emergenti.

In definitiva, la reflazione in corso esiste, anche se meno pronunciata sinora a quanto i mercati paventano alla pubblicazione di questo o quel dato macro positivo. Ciò stravolge i paradigmi su cui sono stati impostati gli investimenti negli ultimi anni, perché la contestuale risalita dei rendimenti nelle principali economie disincentiverà i deflussi verso gli emergenti, i cui cambi potrebbero avere già toccato l’apice. Da qui in avanti, quindi, la guida saranno i fondamentali, ma varrà lo stesso per i mercati maturi, dove sta finendo la festa del denaro facile e illimitato e si tornerà finalmente a parlare di redditività, rating, leverage e profitti.

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Argomenti: bolla finanziaria, economie emergenti, Inflazione, rendimenti bond