Investimenti in deficit, vincoli di bilancio e i 50 miliardi inesistenti di Savona

La tragedia del ponte crollato a Genova ha rilanciato il tema dei bassi investimenti in Italia. Tra vincoli di bilancio e ricette sui generis per finanziare un maxi-piano in infrastrutture, sorgono diverse preoccupazioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La tragedia del ponte crollato a Genova ha rilanciato il tema dei bassi investimenti in Italia. Tra vincoli di bilancio e ricette sui generis per finanziare un maxi-piano in infrastrutture, sorgono diverse preoccupazioni.

La tragedia di Genova ha acuito lo scontro tra Italia e UE. Il vice-premier Matteo Salvini si è intestato la battaglia contro i vincoli di bilancio imposti dalla Commissione europea e stando ai quali il nostro Paese non potrebbe spendere i soldi necessari per le infrastrutture. Stavolta, anche il prudente Giovanni Tria, ministro dell’Economia, rassicura che per gli investimenti infrastrutturali non ci saranno vincoli che tengano e i soldi saranno spesi. A bilancio, entro i prossimi 15 anni sono stati già previsti 150 miliardi di euro, ovvero la media di 10 miliardi all’anno. Sembrano tanti, ma ammontano al momento solo allo 0,6% del pil. Dal 2008 al 2018, proprio rispetto al pil la loro incidenza si è ridotta di un terzo, scendendo dal 3% al 2%, anzi persino un po’ meno. C’entrano con tutto ciò Bruxelles e il tetto del 3% al deficit? Ad esseri onesti, no.

Revoca concessione autostrade, beffa da contratto-capestro 

Il Patto di stabilità prevede che ciascuno stato membro dell’Eurozona debba rispettare il limite del 3% del pil nel disavanzo fiscale annuo e il Fiscal Compact richiede che il rapporto debito/pil entro un ventennio debba scendere al 60% massimo. Tuttavia, nulla è scritto nero su bianco su come raggiungere tali parametri. In teoria, uno stato potrebbe anche solo aumentare a dismisura le entrate (più tasse) o tagliare esclusivamente uno o più capitoli di spesa per rispettare i vincoli fiscali. Semmai, i commissari raccomandano – e non da oggi – di agire sulla spesa pubblica, concentrandosi su tagli selettivi per i comparti improduttivi, nonché di spostare il carico delle imposte da quelle dirette alle indirette. Al contempo, essi hanno di frequente invitato gli stati dell’Eurozona a non tagliare la spesa in investimenti, bensì quella corrente.

Bassi investimenti, bassa crescita

L’Italia ha deciso autonomamente di tagliare gli investimenti pubblici e di lasciare sostanzialmente invariata la spesa corrente, la quale ha continuato, anzi, persino a salire in valore nominale e rispetto al pil. Perché? Per il governo di turno è molto più facile ridurre la spesa in conto capitale, anziché quella per servizi socialmente sensibili, come scuole, ospedali, pensioni, assistenza, etc. Investire 5-6 miliardi all’anno in meno per la manutenzione ordinaria e straordinaria in strade e autostrade non si nota, almeno non subito, per cui si risparmiano decimali di pil senza perdere il consenso o creare malumori e drammi sociali. Negli anni, però, i bassi investimenti generano una spirale negativa per la crescita, nonché per la sicurezza, come purtroppo abbiamo dannatamente dovuto prendere atto con il crollo del Ponte Morandi nel capoluogo ligure. E che dire della fatiscenza dell’edilizia scolastica o dello sgretolamento di pezzi di territorio italiano alle prime piogge post-estive?

Avete presente il Venezuela di oggi? Mentre il paese è alla fame, impossibilitato anche solo ad importare livelli minimi di beni essenziali, non riesce nemmeno a estrarre sufficiente petrolio per le esigenze domestiche e non è riuscito nei mesi scorsi ad approfittare del rialzo delle quotazioni internazionali. Perché? Sotto il “chavismo”, il governo ha utilizzato le laute e crescenti entrate petrolifere per la spesa corrente e dedicato risorse risibili per gli investimenti, con la conseguenza che adesso i pozzi in esaurimento non possono essere più sfruttati appieno, né se ne possono trivellare di nuovi. Mutatis mutandis, questo accade in un’economia che divora tutte le sue risorse (pubbliche) per finanziare la spesa corrente, senza riguardo per gli investimenti necessari per la generazione di ricchezza futura.

Immigrazione e deficit, il compromesso che unirà Salvini a Frau Merkel 

La proposta choc di Savona sugli investimenti

Ora, il rischio di risposte sull’onda emotiva esiste e ci deve preoccupare. Una possibile reazione del governo Conte, già apparentemente poco incline al rispetto dei vincoli di bilancio, sarebbe di forzare la mano e di giocarsi contro Bruxelles la battaglia sul deficit al 3%, confidando in un’opinione pubblica italiana ancora più accondiscendente dopo il 14 agosto. Sarebbe disonesto e pericoloso, anche perché il vero limite al nostro deficit spending non proviene dai commissari, bensì dai mercati. I rendimenti sovrani decennali sono saliti sopra il 3,10% e lo spread BTp-Bund a 10 anni viaggia ormai a 280 punti base, più che doppiando i livelli spagnoli. Come reagirebbero gli investitori dinnanzi a un aumento della spesa in deficit? Non finirebbero forse per toglierci definitivamente la fiducia?

Altro problema deriva dalle soluzioni escogitate per finanziare il piano di investimenti. Servono coperture ipotetiche per una cinquantina di miliardi, il 3% del pil. Paolo Savona, ministro delle Politiche europee, ha presentato la sua ricetta al governatore Mario Draghi nei giorni scorsi, finendo per sconcertarlo. Egli vorrebbe, infatti, attingere a quei 50 miliardi di avanzo commerciale annuo maturato dall’Italia per finanziare gli investimenti. Possibile mai? Per niente, siamo del tutto fuori come un balcone. L’avanzo commerciale non è altro che il surplus generato dall’import-export con il resto del mondo. Se le imprese italiane esportano più di quanto importino, ecco che incassano più valuta estera di quanto non ne chiedano alla banca centrale per intrattenere le relazioni con l’estero. Quel surplus non appartiene allo stato e si trova depositato nei conti del sistema delle banche centrali dell’Eurozona, che ha rilasciato euro contro dollari, sterline, yen, etc, pronti ad essere utilizzati per i successivi interscambi.

Anche solo citare l’avanzo commerciale come fonte di copertura per finanziamenti pubblici in infrastrutture suona come bizzarro, per non dire ridicolo. Esso esprime confusione tra bilancio dello stato e bilanci degli attori privati dell’economia, capta una tentazione non rassicurante del governo nel mettere le mani laddove non sarebbe consentito nemmeno pensare. E dire che Savona sarebbe la parte più erudita in economia del governo Conte, vantando un curriculum eccellente, tra cui quello di ministro dell’Industria nel governo Ciampi (1993-’94). Davvero abbiamo esaurito ogni ragionamento logico in ossequio alla fame di soluzioni facili da postare sui social?

Italia fuori dall’euro, Savona: dobbiamo prepararci

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

I commenti sono chiusi.