Investimenti cinesi eccessivi, costosi e poco utili: ecco cosa rischia il pianeta

La Cina non è un modello per gli investimenti. Uno studio della Oxford smentisce l'opinione diffusa che il governo di Pechino sarebbe efficiente sulle infrastrutture. Anzi, corriamo tutti grossi rischi.

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La Cina non è un modello per gli investimenti. Uno studio della Oxford smentisce l'opinione diffusa che il governo di Pechino sarebbe efficiente sulle infrastrutture. Anzi, corriamo tutti grossi rischi.

Quante volte abbiamo ammirato negli ultimi anni la capacità della Cina di effettuare investimenti numerosi e in tempi celeri e ci siamo detti che forse servirebbe una dittatura in Italia, piuttosto che altrove, per potenziare le infrastrutture necessarie alla nostra economia? Sappiate che uno studio pubblicato sulla Oxford Review of Economic Policy ha appena smentito la superiorità di Pechino su questo fronte, anzi definendo la Cina “un modello da evitare”.

Già, perché per prima cosa, l’autore dell’articolo, Atif Ansar, ha monitorato i costi degli investimenti cinesi, scoprendo che per quasi un terzo di questi (30,6%) sarebbero risultati superiori alle stime, una percentuale del tutto simile a quella delle principali democrazie avanzate. Dunque, la sensazione che le dittature siano meno spendaccione sarebbe errata. Anzi, per la costruzione delle strade, 7 progetti su 10 si sono rivelati più costosi di quanto prevedesse il budget, con punte del 90% per le autostrade.

Costi investimenti cinesi eccessivi

Su 156 progetti infrastrutturali monitorati, si è scoperto anche che i due terzi comportano benefici inferiori a quelli previsti: il traffico effettivo sulle nuove strade e autostrade costruite è risultato del 41,2% inferiore alle stime e in alcuni casi è stato più basso di ben l’80%.

Dunque, la Cine investirebbe male i suoi soldi e pure troppo. Nel 2014, ha speso in investimenti fissi 4.600 miliardi di dollari, ovvero un quarto del totale nel mondo, più della somma di quanto abbiano investito nello stesso anno USA ed Europa. Nel 1982, l’incidenza degli investimenti cinesi sul totale mondiale era di appena il 2,1%.

Crescita cinese dipendente da credito

Tuttavia, ci sarebbe poco da gioire, perché questa enorme massa di risorse investite in infrastrutture viene finanziata a debito. Quello totale (pubblico e privato) cinese è esploso dagli appena 2.100 miliardi del 2000 ai 28.200 miliardi del 2014.

Un grafico del Fondo Monetario Internazionale e inserito nel World Economic Outlook evidenzia come la crescita cinese sia sempre più dipendente dal credito: prima della crisi finanziaria mondiale del 2008, a fronte di un punto di pil in più, in Cina si registrava la crescita di poco più dell’1% di nuovi prestiti.

Oggi, servono oltre 3 punti di credito in più per generare un punto percentuale aggiuntivo di crescita.

 

 

Crisi globale con scoppio bolla cinese

Gli investimenti in Cina rappresentano circa il 40% del pil, una percentuale doppia di quella delle economie avanzate. In altre parole, pur scontando la necessità di nuove infrastrutture per un’economia non ancora matura, il Dragone asiatico soffrirebbe di una crisi da sovra-investimento.

Il problema non è di poco conto, perché è chiaro che questi ritmi non potranno mantenersi a lungo, specie perché tali investimenti sono stati resi possibili da politiche monetarie volutamente ultra-accomodanti, che ne hanno compresso i costi, ma alimentando una gigantesca bolla finanziaria e del credito. Quando tutto questo non potrà più essere sostenuto, il rischio è che la Cina, seconda economia del pianeta per dimensioni, faccia esplodere una nuova crisi globale, le cui conseguenze sarebbero drammatiche. Altro che modello.

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