Investimenti al nord e riforme al sud, ecco perché la proposta della Francia non funzionerà

La Francia propone un "contratto per la crescita" nell'Eurozona, ipotizzando lo scambio tra investimenti al nord e riforme al sud. L'ipotesi non è nuova, ma ecco perché non funzionerebbe.

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Parlando alla commissione parlamentare per le Finanze, il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, ha sostenuto la necessità di un accordo nell’Eurozona, che ha definito “contratto per la crescita”, impostato su uno scambio apparentemente equo e ragionevole tra le due parti dell’unione monetaria: il nord s’impegnerebbe a realizzare maggiori investimenti pubblici e il sud si vincolerebbe a realizzare le riforme per accrescere la propria competitività.

Il ministro ha spiegato che “la solidarietà richiede che essi (il nord) facciano investimenti, così che tutta l’area stia bene. Se ognuno pensa a sé stesso, non c’è il senso dello stare nell’unione monetaria”.

Le parole di Le Maire seguono l’aggiornamento del “World Economic Outlook” del Fondo Monetario Internazionale, che prevede per quest’anno una crescita del pil solo dell’1,3% per l’intera Eurozona, trainata essenzialmente dal 2,1% della Spagna e dall’1,3% della Francia, quest’ultima sinora abbastanza resiliente agli shock esterni. Invece, la Germania dovrebbe crescere solamente dello 0,8% e l’Italia appena dello 0,1%. E’ evidente che le tensioni commerciali tra USA e Cina da una parte, il rallentamento cinese dall’altro e il rischio di una Brexit senza accordo dall’altro ancora stiano pesando negativamente sulla congiuntura internazionale, colpendo le prospettive economiche dell’area, che è esportatrice netta.

L’idea del ministro francese in sé non è originale. Il suo illustre predecessore e attuale presidente, Emmanuel Macron, già nel 2014 propose alla Germania di spendere 50 miliardi di euro all’anno in più per sostenere la crescita dell’area, sentendosi replicare picche. La logica alla base di simili proposte è condivisa da istituzioni come l’FMI, così come dalla stessa Commissione europea e dalla BCE. Più volte il governatore Mario Draghi ha fatto appello a “quanti dispongano di margini di manovra fiscali”, affinché li utilizzino. E la Germania chiude il bilancio in attivo dal 2014, registrando una avanzo di ben l’1,7% nel 2018. Nell’ultimo quinquennio, ha accumulato circa il 5% del pil di surplus fiscali, che fanno il paio con quelli commerciali, questi ultimi ormai pari a una media annua di circa il 7,5% del pil.

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Il legame tra esportazioni e spesa pubblica

I due surplus sono legati tra loro: poiché lo stato spende meno di quanto incassa, genera risparmi e deprime i consumi nazionali, riducendo così le importazioni di beni e servizi. Se spendesse di più (investimenti o spesa corrente) o incassasse di meno (taglio delle tasse), i risparmi diminuirebbero e i consumi aumenterebbero, a tutto beneficio anche delle importazioni dal resto dell’Eurozona. Così facendo, Berlino stimolerebbe la crescita delle altre economie dell’area, le quali non hanno altro modo immediato di esportare di più, non potendo più beneficiare del deprezzamento dei tassi di cambio per giungere all’equilibrio. L’unica alternativa di medio-lungo periodo per rendersi più competitivi sarebbe data dalle riforme. Quali? Quelle che che tagliano i costi a carico delle imprese e che stimolano la produttività del lavoro, nonché che riducano le inefficienze che gravano sulla produzione, tra cui lungaggini burocratiche e della giustizia e gap infrastrutturale.

Tuttavia, le riforme sono costose in termini politici e spesso anche economici, nel breve termine. In più, iniziano a dare frutti dopo qualche periodo dalla loro attuazione, per cui è abbastanza complicato chiedere ai governi di realizzarle in una congiuntura economica sfavorevole, a meno che non si offra loro un qualche compenso per addolcire la pillola agli elettori. In teoria, Le Maire punterebbe proprio a questo, a rendere le riforme al sud più digeribili, potendo le rispettive economie trarre beneficio dal contestuale sostegno in arrivo dal nord, tramite maggiori investimenti, che si tradurrebbero in un potenziamento delle loro esportazioni.

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L’impatto sulla crescita al sud

Le buone intenzioni, tuttavia, hanno elevate probabilità di venire frustrate dalla realtà. Anche solo ammesso che la Germania accettasse di investire di più per far felici Francia e Germania – queste sono le due principali economie che ne beneficerebbero – appare molto difficile immaginare che l’Eurozona abbia trovato così la quadra per ripartire.

Se, ad esempio, i tedeschi sfruttassero tutta la leva fiscale loro consentita, arrivando a un deficit del 3%, spenderebbero qualcosa come oltre 130 miliardi di euro in più all’anno. Ipotizzando un moltiplicatore fiscale pari a 1, cioè che il pil in Germania cresca esattamente quanto gli investimenti (ipotesi forte, considerando che l’economia tedesca non sarebbe nemmeno in recessione, semmai stia rallentando dopo un decennio di crescita media del 2%), di quanto aumenterebbero le importazioni dal resto dell’area?

Gli ultimi dati completi si riferiscono al 2017, anno in cui la Germania ha esportato verso il resto della UE circa 50 miliardi in più di quanto abbia importato, cioè circa 683 miliardi di euro. Limitandoci all’unione monetaria, vi ha esportato per quasi 400 miliardi e importato da essa per quasi 370 miliardi, realizzando un surplus di 30 miliardi. Di fatto, le importazioni dai 18 partner dell’Eurozona hanno ammontato a poco più dell’11% del pil tedesco. Immaginando una uguale propensione marginale alle importazioni, otteniamo che i tedeschi comprerebbero più beni e servizi da Italia, Francia, Olanda, Spagna, etc., per complessivi 15 miliardi o poco più. Sarebbe lo 0,12% del pil dell’area, cioè quasi nulla. Per l’Italia, però, il guadagno risulterebbe nettamente superiore: le nostre esportazioni verso la Germania valgono il 5,5% del totale, pari a circa 7,5 miliardi in più nel caso sopra ipotizzato, equivalenti allo 0,4% del pil.

Considerando che la crescita media annua nell’ultimo quinquennio sia stata dello 0,85%, si tratterebbe di accelerare del 50%. Ma sarebbe un effetto temporaneo e non è detto nemmeno che si riveli immediato. Inoltre, stiamo ipotizzando che la Germania davvero decida di forzare la leva fiscale al massimo consentito dal Patto di stabilità, mentre sarebbe più realistico immaginare che semmai si limiti ad azzerare l’avanzo fiscale, investendo circa l’1% in più del pil e chiudendo così il bilancio in pareggio. In questo caso, il beneficio per l’area si mostrerebbe quasi impercettibile e quello per l’Italia scenderebbe a uno striminzito 0,1% del pil.

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I rischi di lungo termine

Certo, se l’Eurogruppo seguisse l’impostazione di Parigi e si accordasse per un congruo numero di anni di maggiori investimenti pubblici al nord, a patto che il sud proceda spedito con l’agenda delle riforme, la logica inizierebbe a funzionare, perché lo stimolo diverrebbe più duraturo per economie come Italia, Francia e Spagna. Attenzione, però, al “trade-off” che rischierebbe di materializzarsi tra i benefici a breve e i possibili contraccolpi nel medio-lungo termine. Se la Germania fosse costretta a spendere di più, su pressione di Bruxelles, per ammodernare la sua rete viaria, ferroviaria, portuale, potenziare la banda ultra-larga, etc., con gli anni finirebbe per accrescere le distanze con i partner dell’area più deboli sul fronte delle infrastrutture, vale a dire essenzialmente l’Italia. In poche parole, “regaleremmo” un vantaggio competitivo ai tedeschi, in cambio di bruscolini nell’immediato.

E si consideri anche che Berlino oggi sarebbe nelle condizioni di fare tutto questo a costo zero, visto che riesce a indebitarsi con rendimenti negativi fino ai 10 anni, mentre l’Italia deve offrire agli investitori rendimenti sopra lo zero già dalla scadenza dei 9-12 mesi insù. In effetti, verrebbe da chiedersi come mai il governo tedesco non stia approfittando di questa condizione straordinariamente positiva sui mercati finanziari per indebitarsi senza pagare un centesimo di interessi. La risposta avrebbe a che fare con l’obiettivo che si sarebbe dato, cioè di tendere a un rapporto debito/pil quanto più basso possibile sotto il 60%, così da disporre di margini di manovra alla prossima crisi, contrariamente alla gran parte dei partner europei, che sarebbero costretti a tirare la cinghia. A quel punto, farebbe valere il vantaggio posseduto e tornerebbe a fare deficit per rilanciare la sua crescita, potenziando le infrastrutture. E poiché i Bund si apprezzano nelle fasi di crisi, essendo percepiti porti sicuri dagli investitori internazionali, Berlino confiderebbe che per allora continueranno a rendere sottozero, quanto oggi o poco più.

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