Dove investe in Italia il fondo sovrano più ricco al mondo?

L'Italia non è tra le mete finanziarie principali del più grande fondo sovrano al mondo, che ha appena sfondato la soglia di 1.000 miliardi di dollari di assets gestiti.

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L'Italia non è tra le mete finanziarie principali del più grande fondo sovrano al mondo, che ha appena sfondato la soglia di 1.000 miliardi di dollari di assets gestiti.

La Norvegia è andata al voto una settimana fa, rieleggendo per la prima volta da circa 4 decenni la maggioranza di centro-destra. La premier Erna Solberg è, quindi, il primo esponente conservatore ad avere ottenuto il secondo mandato dagli anni Settanta, in un paese tradizionalmente molto di sinistra. Ingrediente principale del suo successo personale sarebbe stata la capacità di superare la crisi delle quotazioni del petrolio, esplosa nel 2014, attingendo a piene mani al fondo sovrano nazionale, il più grande al mondo. Per la prima volta dalla sua nascita nel 1994, infatti, Oslo ha preso lo scorso anno dal fondo più di quanto non vi abbia depositato. Tuttavia, il valore degli assets gestiti non solo non è diminuito, ma il ceo Yngve Slyngstad ha appena comunicato che ha sfondato la soglia di 1.000 miliardi di dollari, un risultato, ha ammesso, che si riteneva impensabile nel 1996, quando fu effettuato il primo deposito di appena 2 miliardi di corone, pari a circa 300 milioni di dollari. (Leggi anche: Sinistra a pezzi anche in Scandinavia, la Norvegia respinge il ricco laburista)

Il manager ha scritto al ministro delle Finanze di Oslo, chiarendogli di voler ridurre da 23 a 3 sole le valute su cui saranno investite gli assets, sostenendo che in una situazione di convergenza sui tassi, la diversificazione non avrebbe senso. Al momento, i 7.800 miliardi di corone norvegesi (poco più di 1.000 miliardi all’inizio del Millennio) gestiti risultano investiti per il 65,1% in azioni (con l’obiettivo di tendere al 70%, a discapito del mercato obbligazionario), per il 32,4% in bond e il 2,5% in immobili. Sul piano geografico, il 36% risulta investito in Europa, il 42% nel Nord America, il 18% in Asia e Oceania, il 4% altrove. Le società verso cui è esposto il fondo ammontano a ben 9.000 in 77 stati del mondo, possedendo mediamente l’1,3% del capitale delle quotate, percentuale che sale al 2,3% medio in Europa.

I rendimenti esitati dal fondo sovrano norvegese sono altissimi: il 7,2% medio nel quinquennio in corso, grazie anche all’aumentata esposizione verso il comparto azionario, che ha reso la bellezza del 10,6% all’anno dal 2013 ad oggi. Difficile mantenere questi ritmi per i prossimi anni, anche perché con i prezzi del petrolio così bassi, il capitale aggiuntivo dovrebbe essere inferiore che in passato. Il fondo si alimenta, infatti, di ogni entrata fiscale relativa al greggio, nonché dei dividendi elargiti da Statoil allo stato, azionista al 67%.

Gli investimenti in Italia

Il fondo investe chiaramente anche in Italia, dove possiede azioni di 117 società quotate a Piazza Affari per 6,8 miliardi di euro e obbligazioni di 19 società per 4,7 miliardi. E così, scopriamo che risulta in possesso dell’1,72% delle azioni ENI, pari a 847 milioni di euro, dell’1,26% di Enel per 638 milioni, dell’1,32% di Mediaset per 53 milioni, dell’1,53% di Unicredit per 610 milioni, del 2,31% di Intesa-Sanpaolo per 1,13 miliardi, dello 0,96% di Fiat Chrysler per quasi 210 milioni, dell’1,95% di Telecom per 340 milioni, etc. (Leggi anche: Investimenti azionari per $87 miliardi dalla Norvegia)

E in qualità di obbligazionista, esso comprare tra i creditori di Generali per poco più di 13 milioni, di Autostrade per l’Italia per 16,4 milioni, di Banca Carige per 16,8 milioni, di Enel per oltre 240 milioni, di ENI per 8,5 milioni, di Fiat Chrysler per 37 milioni, dello stato italiano per 4,2 miliardi, di Intesa-Sanpaolo per 54,4 milioni, di Luxottica per 8,8 milioni, di Pirelli per 44,6 milioni, di Telecom per complessivi 36 milioni, di Unicredit per oltre 27 milioni, etc.

Italia sottopesata dal fondo sovrano di Oslo

Non risultano ancora, invece, investimenti immobiliari in Italia. Date le cifre, il peso delle esposizioni del fondo verso il nostro paese è pari all’1,4%, pari sostanzialmente a quello della Spagna, ma di gran lunga inferiore al 6% della Germania, all’8% del Regno Unito, al 4,5% della Francia e al 3% della Svizzera. Su tutti dominano chiaramente gli USA, assorbendo quasi un terzo degli investimenti sovrani norvegesi.

 Una caratteristica positiva del fondo è data dai bassi costi di gestione, che per quest’anno ammontano ad appena lo 0,02% delle sue dimensioni, in netto calo dallo 0,07% del 2013.

Di recente, il governo di Oslo ha tagliato dal 4% al 3% i proventi attesi annualmente dal fondo per il bilancio pubblico. Considerando che gli assets gestiti valgono oggi 2,5 volte il pil dello stato scandinavo (attesi a 1.300 miliardi di dollari al 2025), ciò equivale a sostenere che il fondo contribuirà fino al 7-8% del pil con risorse proprie. Il petrolio potrebbe anche non essere più il futuro dell’economia mondiale, ma la Norvegia se n’è assicurato uno abbastanza tranquillo per i prossimi decenni. (Leggi anche: Crisi del petrolio intaccherà fondo sovrano Norvegia?)

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