Intervista a Stefano Fugazzi: banche e ripresa in Italia fragili, occhio alla Cina

Investire Oggi ha intervistato Stefano Francesco Fugazzi, economista italiano attivo a Londra, che ha detto la sua sui principali temi di attualità economica.

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Investire Oggi ha intervistato Stefano Francesco Fugazzi, economista italiano attivo a Londra, che ha detto la sua sui principali temi di attualità economica.

Intervista a Stefano Francesco Fugazzi Specialista risk management e stress testing bancario. Fondatore del portale di analisi macroeconomica ABC Economics ed autore di diversi saggi tra cui “ABC Italia”, “ABC Economipedia” e “Brexit?” Le banche italiane, fino a poco tempo fa considerate solide, all’improvviso vengono additate alla base della flebile ripresa del nostro paese. A suo avviso, si tratta di un’interpretazione scorretta o di un rinsavimento tardivo? Sono dell’avviso che per diversi anni sia stato sottovalutato il reale stato di salute delle banche italiane, con particolar riferimento alle sue sofferenze. La questione non è affatto nuova. Come evidenziai in un mio editoriale dell’autunno 2013 proprio sulle pagine di Investire Oggi (vedi “Proposte per far emergere le sofferenze bancarie e riavviare il credito alle PMI”), il problema era già noto. Il piano del governo Renzi di dare vita a una “bad bank”, anche se prende quota più l’ipotesi della garanzia statale sulle sofferenze bancarie cedute, la convince? Ritiene che possa porre rimedio all’alto livello dei crediti deteriorati e far ripartire il credito all’economia reale? Per porre rimedio alla “questione sofferenze” e per riavviare il credito alle imprese, ritengo occorra contestualmente agire su più fronti. A partire dal 2012 ho sempre caldeggiato l’istituzione di una “bad bank” europea in grado di svolgere due funzioni: rilevare – a prezzi di mercato – le sofferenze presenti nei bilanci delle banche e provvedere alla ricapitalizzazione degli istituti maggiormente esposti. Affinché una simile operazione produca gli effetti desiderati, con una ricaduta positiva sull’economia reale, sarebbe opportuno abbinarla ad una nuova asta LTRO, obbligando però gli istituti bancari a destinare a favore di famiglie ed imprese almeno il 50% delle somme ricevute dalla Bce, a un tasso che non può superare di tre volte il tasso applicato dalla banca centrale, attualmente lo 0,50%, pena il pagamento di un indennizzo compensativo. Si faccia riferimento a una mia proposta del 2012 (“Piano in 5 mosse per rilanciare l’economia dell’Eurozona”) poi ripresa e rielaborata da Giampiero Samorì (“Credito alle imprese, il progetto di legge del MIR”).         Il governo Renzi alza la voce in Europa sulla flessibilità fiscale, ma viene pesantemente ripreso dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Chi pensa abbia ragione, ovvero ha operato bene il nostro premier sinora a Bruxelles? Indubbiamente le recenti posizioni sostenute in sede europea da Matteo Renzi in materia di flessibilità sono condivisibili. Per Renzi si tratta di una battaglia politica intrapresa la scorsa estate, quando durante l’assemblea della Coldiretti all’Expo annunciò per il 2016 l’abolizione delle imposte Imu agricola e Irap. È in gioco la sua credibilità politica in un momento molto delicato per l’esecutivo, in particolar modo dopo i casi MPS ed Etruria. Anche se presumibilmente Juncker avrà la meglio, il Premier non ha scelta se non “picchiare i pugni sul tavolo”. Quale rischio immediato vede per l’Italia? Siamo ancora soggetti a un attacco finanziario o quello della settimana scorsa contro i nostri titoli bancari è stato a suo avviso un episodio “una tantum”? Quando penso ad un “attacco finanziario”, io penso sempre all’estate e all’autunno del 2011. La scorsa settimana ad aver intimorito i mercati internazionali erano più che altro le news provenienti dalle materie prime. Ma se mai vi è stata una vera e propria speculazione in atto sui titoli bancari italiani, ci ha poi pensato Mario Draghi a scacciare i fantasmi. Vedremo quanto durerà.       La BCE potrebbe potenziare a marzo gli stimoli monetari varati appena un anno fa e già irrobustiti a dicembre. Lei crede che l’azione del governatore Mario Draghi e del suo board segnali forza o che al contrario i mercati interpretino come frutto della frustrazione questo interventismo esasperato? E il QE si mostra efficace a sostenere la risalita dell’inflazione nell’Eurozona? Il mercato azionario, e in particolar modo il comparto bancario, risponde sempre positivamente all’annuncio di politiche monetarie accomodanti. Fino a quando Draghi annuncerà misure di questo tipo, riuscirà sempre nell’intento di tenere a bada i mercati finanziari. Semmai il problema è un altro, ossia di trasmissione della liquidità dal sistema bancario all’economia reale. Una espansione del programma di alleggerimento quantitativo difficilmente produrrebbe benefici tangibili sull’economia e l’inflazione. Per sostenere la crescita occorre in realtà allestire un altro tipo di QE: un “QE for people” nelle modalità descritte dal sottoscritto e da Samorì rispettivamente nel 2012 e nel 2013 oppure sostenendo la diffusione di strumenti quali i Certificati di Credito Fiscale (CCF). Il premier britannico David Cameron chiede rapporti chiari tra paesi appartenenti all’euro e quelli della UE al di fuori dell’Eurozona. Al contempo, tratta un ridimensionamento dell’assistenza sociale agli immigrati europei. Ritiene che dopo il capovolgimento di linea di Berlino gli sarà più facile ottenere quanto richiesto da Bruxelles? E sarà sufficiente a convincere i sudditi di Sua Maestà a votare contro la Brexit al referendum? Occorre ricordare che il referendum non ha valore legale bensì consultivo. Quindi anche nello scenario di voto favorevole all’uscita, spetta al Parlamento di Westminster eventualmente trovare la maggioranza per poi avviare le procedure di “divorzio” ai sensi dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona che richiede allo Stato membro di concordare i termini e un quadro di riferimento per future relazioni dello Stato interessato con l’Unione. L’accordo deve essere approvato dal Consiglio, che lo delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo. Per quanto riguarda i termini che Cameron contratterà con Bruxelles, tutto dipende da come questi verranno comunicati agli aventi diritto di voto. Io mi auguro che le istituzioni illustrino ai propri concittadini anche quali sono le alternative all’Ue, spiegando ai britannici che una eventuale separazione non corrisponderebbe necessariamente all’uscita politica e geografica del Paese dall’Europa. Per esempio, se il Regno Unito aderisse all’Area Economica Europea, si stima che la quasi totalità delle principali direttive comunitarie verrebbero comunque recepite da Westminster.       Gli USA crescono, pur tra qualche dubbio, il Regno Unito anche, mentre l’Eurozona è l’unica grande area del pianeta, insieme al Giappone, a registrare tassi di crescita economica quasi stagnanti. Cosa non starebbe funzionando nel Vecchio Continente? Come abbiamo già avuto modo di commentare, uno dei problemi è la trasmissione della liquidità dal circuito bancario all’economia reale. Più in generale, le difficoltà derivano dalla presenza di squilibri cronici all’interno dell’eurozona che, allo stato attuale, non è un’area valutaria ottimale. Paesi come Giappone, Regno Unito e Stati Uniti per assorbire gli shock asimmetrici, e quindi per riequilibrare le curve di domanda e offerta aggregata, possono agire sul tasso di cambio per evitare l’aumento della disoccupazione e un deterioramento della bilancia commerciale. In un regime a cambio fisso il riallineamento dei prezzi relativi – che è necessario per riportare le economie in equilibrio – dovrà, invece, avvenire attraverso le variazioni dei prezzi e dei salari relativi, oppure attraverso lo spostamento da un paese all’altro di fattori produttivi. Ma come abbiamo visto questi processi di riallineamento impiegano molto tempo a produrre ricadute positive sulle economie domestiche. Un’ultima domanda: bassi tassi, basse quotazioni del greggio ed euro debole stanno consentendo anche a un’economia come l’Italia di tornare a crescere. Questa fase durerà ancora a lungo? E l’Italia sarebbe preparata a un cambio di scenario sui mercati? È difficile fare delle previsioni, specie quando stiamo trattando di una economia, quella italiana, la cui “crescita” si poggia su fondamenta assai fragili. Non credo, tuttavia, che le materie prime continueranno a essere “tradate” al di sotto del loro reale valore di mercato. Sarà necessario, inoltre, tenere sotto osservazione l’impatto del “soft landing” cinese sull’economia globale, inclusa quella italiana.      

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