Gli interventi sulle pensioni abbassano la spesa dell’INPS di 1,5 miliardi di euro

La spesa per le pensioni calerà complessivamente di 1,5 miliardi di euro rispetto alle previsioni con la manovra del governo Meloni

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Rivalutazione delle pensioni ogni tre mesi?

Licenziata la manovra dal Consiglio dei ministri, resta l’attesa per l’approvazione sia da parte della Commissione europea che del Parlamento. I tempi saranno molto stretti. La legge di Bilancio deve entrare in vigore entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. Deputati e senatori avranno pochi giorni effettivi di lavoro da dedicare alle modifiche e alla discussione in Aula. Per questo è probabile che il testo resti grosso modo invariato. Diverse sono le novità che riguardano le pensioni, la cui spesa per l’anno prossimo è attesa nel complesso balzare di circa una ventina di miliardi di euro. Effetto della maxi-rivalutazione a seguito del tasso d’inflazione più alto da inizio anni Ottanta.

Come avviene rivalutazione assegni

Gli assegni saranno aumentati nel 2023 del 7,3% rispetto ai livelli del 2022. Già ad ottobre, però, hanno beneficiato di un anticipo dell’aumento, per cui l’aumento di gennaio sarà effettivamente del 5,3% per la gran parte dei pensionati rispetto ai livelli attuali.

Tuttavia, la rivalutazione non è uguale per tutti. Fino a tutto quest’anno, gli assegni fino a 4 volte il trattamento minimo beneficiano di un recupero del 100% dell’inflazione accusata; tra 4 e 5 volte il minimo del 90% e sopra 5 volte del 75%.

Per porre una frenata alla già altissima spesa per le pensioni, il governo Meloni ha varato un taglio della rivalutazione per gli assegni sopra 4 volte il trattamento minimo. Per il biennio 2023-2024, le fasce saliranno a sei e saranno le seguenti:

  • 100% fino a 4 volte il trattamento minimo;
  • 80% per 4-5 volte;
  • 55% per 5-6 volte;
  • 50% per 6-8 volte;
  • 40% per 8-10 volte;
  • 35% sopra 10 volte.

Risparmi su spesa per le pensioni

Grazie a questa “sforbiciata” le casse dell’INPS risparmieranno 2,5 miliardi di euro.

Per farci un’idea dell’impatto, un assegno di 5.000 euro al mese crescerà nel 2023 di quasi 665 euro in meno in un anno. A fronte di questi risparmi, però, la pensione minima salirà più dell’inflazione, cioè del 120% rispetto al 7,3%: +8,76%. In termini reali, l’aumento sarà di 7,67 euro per circa due milioni di pensionati. Inoltre, saranno prorogati Opzione Donna e Ape Social. E per il 2023 sarà introdotta Quota 103, cioè i lavoratori potranno andare in pensione ad almeno 62 anni di età e con 41 anni di contributi.

Il costo di queste misure è atteso nell’ordine di 1 miliardo di euro. Dei 2,5 miliardi risparmiati con il taglio della rivalutazione, il minore costo effettivo per l’INPS sarà di 1,5 miliardi. E poiché la spesa per le pensioni è coperta parzialmente dallo stato attingendo al gettito fiscale, saremo tutti noi contribuenti a risparmiare qualcosa.

Ma attenzione, abbiamo detto che la spesa per le pensioni in valore assoluto salirà – e pure molto – nel 2023. I risparmi sopra menzionati hanno a che fare con le precedenti previsioni. In altre parole, lo stato avrebbe speso qualcosa come oltre 20 miliardi di euro per la sola rivalutazione, mentre con la manovra ne sborserà 2,5 miliardi in meno. Aggiungendo il costo dei prepensionamenti consentiti, il risparmio rispetto allo scenario a legislazione invariata scende a 1,5 miliardi.

Piccolo gesto di giustizia inter-generazionale

Chiaramente non saranno contenti i percettori di assegni elevati. Già si leggono le lamentele di chi ritiene di essere stato “derubato” per la minore indicizzazione di pensioni da 3-4-5.000 euro al mese o anche più. A parte che bisognerebbe chiedere agli interessati a quale età siano andati in pensione, la quasi totalità di essi beneficia di un calcolo dell’assegno più generoso di quello che sempre più spetterà ai neo-pensionati, cioè con il metodo retributivo, anziché contributivo. In parole povere, hanno assegni spesso poco commisurati ai contributi effettivamente versati.

A posteriori non sarebbe possibile e giusto ricalcolare tali assegni per abbassare la spesa per le pensioni. Ma deindicizzarli progressivamente, sì. L’Italia non può essere la nazione di figli e figliastri.

Non possiamo pretendere che oggi si vada in pensione a 67 anni con assegni sempre più contributivi (bassi) e coloro che già sono pensionati da un pezzo abbiano lasciato il lavoro anche una decina di anni prima con assegni al 100% retributivi. Paghino tutti.

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