Inflazione sotto- o sovrastimata, ecco perché il paniere Istat potrebbe rivelarsi errato

Rilevare i prezzi per l'Istat non sarà facile con il Coronavirus e l'Italia rischia di non capire se l'inflazione stia accelerando o se, al contrario, stiamo scivolando in deflazione. Vediamo perché.

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Rilevare i prezzi per l'Istat non sarà facile con il Coronavirus e l'Italia rischia di non capire se l'inflazione stia accelerando o se, al contrario, stiamo scivolando in deflazione. Vediamo perché.

Dal 4 maggio, il governo Conte rimuoverà solo parzialmente il “lockdown”, consentendo a molte attività di riaprire, tranne che a bar, ristoranti, parrucchieri ed estetiste, che dovranno aspettare fino all’1 giugno per tornare al lavoro. Dal 18 maggio, invece, via libera ai “take away”. L’emergenza Coronavirus scombussola da settimane i piani di famiglie, lavoratori e imprese, rendendo la vita difficile agli stessi istituti di rilevazione. Come sappiamo, mensilmente l’Istat aggiorna l’indice dei prezzi, segnalandoci il tasso d’inflazione su base annuale e mensile e facendoci capire, quindi, quale sia la direzione presa dal costo della vita. L’istituto effettua rilevazioni statistiche, recandosi con il proprio personale nei negozi di tutta Italia per annotare i prezzi di migliaia di prodotti e servizi. Poiché ciascuno di essi ha un peso diverso nel bilancio familiare, i prezzi stessi vengono ponderati per captare le variazioni del costo della vita per una famiglia-tipo.

Ci sarà inflazione o deflazione dopo l’emergenza Coronavirus? 

Il compito di per sé risulta meno facile di quanto si creda, tant’è che annualmente l’Istat aggiorna il suo paniere per renderlo quanto più vicino alle abitudini di consumo degli italiani, le quali variano periodicamente. Per fare un esempio banale, oggi sarebbe inutile rilevare i prezzi dei floppy disk, perché ammesso che ancora qualche negoziante li venda, a comprarli sarebbero davvero in pochissimi, per cui non inciderebbero più sul bilancio di una famiglia. Viceversa, il peso di un biglietto aereo per un italiano oggi risulta nettamente superiore a quello di 10-15 anni fa, perché ci si muove di più per lavoro, così come per andare in vacanza, etc.

L’inflazione ai tempi del Coronavirus

In tempi di Coronavirus, però, questo compito diventa ancora più arduo.

Con la messa in quarantena dell’Italia intera, il governo ha disposto la chiusura di numerose attività, per cui milioni di italiani non sono nemmeno potuti uscire di casa, se non per esigenze primarie, come il fare la spesa, comprare farmaci o recarsi in ospedale, dal medico o al lavoro. Ma l’Istat in queste settimane ha continuato a rilevare i prezzi come se nulla fosse accaduto, usando per ciascuna categoria di beni e servizi gli stessi pesi fissati a inizio 2020 per l’intero anno. Va da sé, però, che l’incidenza di una voce come l’abbigliamento nell’ultimo mese e mezzo in Italia sia stata nulla per la quasi totalità delle famiglie, non essendo stato possibile acquistare, se non online. E solo da qualche settimana sono stati riaperti i negozi per bambini.

L’inflazione in Italia si è azzerata, ma sarà dopo Pasqua che vedremo i prezzi reali

Dunque, ha senso rilevare i prezzi di beni invenduti? Chiaramente, no. Ma poiché il paniere verrà aggiornato solo dal prossimo anno sulla base delle abitudini di spesa degli italiani emerse nei mesi precedenti, fino ad allora continueremo a sentire parlare di tassi d’inflazione potenzialmente slegati dalla realtà. Ad esempio, la voce trasporti incide per il 15% dell’intero paniere quest’anno. Tuttavia, è noto a tutti come essa sia diventata molto meno significativa per la gran parte di noi italiani, dato che ci muoviamo molto meno e non possiamo viaggiare. Dovessimo aggiornare il paniere Istat in tempo reale, taglieremmo quel peso probabilmente al 5-10% al massimo, forse anche meno.

Per contro, i prodotti alimentari e gli alcolici hanno pesato con ogni probabilità ben più del 16,2% ufficiale, visto che questa è stata l’unica voce di spesa sostanzialmente rimasta accessibile del tutto a noi italiani. E i carrelli pieni ai supermercati, all’infuori di qualche caso di allarme ingiustificato, segnalano proprio che le famiglie in quarantena abbiano destinato una percentuale abbondante del loro budget proprio al cibo.

Inutile dire quel 7,8% che si legge alla voce “ricreazione, spettacoli e cultura” andrebbe semplicemente ignorato, con cinema, teatri, mostre, musei, eventi e spettacoli tutti chiusi da un mese e mezzo.

Il rischio di stime errate

Questo sarà un problema per ancora diversi mesi, fino a quando non si tornerà alla normalità pre-Coronavirus, dato che, ad esempio, anche quando i bar e ristoranti verranno riaperti, tra psicosi e normative da seguire, la clientela non potrà essere così numerosa come prima. E sappiamo come nei locali si vada, anzitutto, per stare insieme, più che per mangiare o bere. Proprio la socialità ci verrà negata ancora per diverso tempo. Dunque, i prezzi in aumento o in discesa di queste categorie di beni e servizi influenzati in un senso o nell’altro dalla crisi sanitaria non dovrebbero essere presi in considerazione con gli stessi pesi pre-Coronavirus. La domanda, a questo punto, è se avranno l’effetto di deflazionare o inflazionare il dato generale mensilmente rilevato.

Prendete i biglietti aerei. Le nuove regole prevedono che i posti a sedere vengano occupati alternativamente per evitare eccessiva vicinanza tra i passeggeri. Al netto del crollo delle quotazioni del petrolio e delle difficoltà del settore, con entrambi a spingere le tariffe in basso, la minore capienza massima indurrebbe le compagnie a fissare tariffe più alte per spalmare i costi fissi su un numero minore di passeggeri trasportati. Tuttavia, questo aggravio, sempre che si verifichi, impatterebbe su molti meno italiani in volo, per cui rischiamo di sovrastimare l’inflazione. Un possibile esempio di segno opposto si avrebbe con i lidi: per attirare vacanzieri, probabile che i titolari abbassino i prezzi di sdraio e ombrellone, ma quanti davvero rispetto allo scorso anno si recheranno in spiaggia? E, dunque, in questi casi si rischia di deflazionare l’indice più del reale, facendo risultare un’inflazione generale più bassa di quanto sarebbe effettivamente.

Non sarà facile nemmeno per gli statistici costruire in fretta un paniere più rispondente al vero, anche perché non sappiamo ancora quale sarà la reazione degli italiani dopo la fase di emergenza, tra voglia di rivivere, paura del contagio e ristrettezze economiche per tanti.

Né possiamo immaginare con esattezza quando questa o quella attività ripartirà e se il governo sia costretto a ripristinare nuove restrizioni nel caso riscontrasse una ripresa dei contagi. L’unica apparente certezza sarebbe, in questa fase, che per diverso tempo resteremo in balia di numeri poco significativi per le nostre vite. Dovremmo affidarci alla percezione, che di per sé rischia di essere una cattiva guida, risentendo di svariati fattori, compresi di natura emotiva. E non sarà un bene per l’economia, perché le imprese, i lavoratori e i consumatori devono conoscere tempestivamente come si muovono i prezzi per reagire di conseguenza ed evitare scelte di investimento, di lavoro e di consumo errate.

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