L’inflazione riporterà disciplina e un po’ di qualità nella politica italiana?

Il ritorno dell'inflazione è uno squillo di tromba per la decadente politica italiana, andata avanti per anni a slogan e cialtronaggine

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Inflazione e politica in Italia

Tassi d’inflazione mai così alti da decenni a questa parte. Dal Nord America all’Europa, la musica è la stessa. I prezzi al consumo corrono ai ritmi più veloci dagli anni Ottanta o Novanta. Negli USA, sfiora il 7%. In Germania, il 6%. In Italia, dove storicamente l’inflazione è stato un grosso problema per molto tempo, da un bel po’ non lo è più, a causa della bassa crescita dell’economia e dei consumi “glaciali”. Ma anche da noi si è rimessa in moto e punta al 4%.

L’inflazione è un male, perché consiste nella perdita del potere d’acquisto. Destabilizza le prospettive future, disincentivando le imprese ad investire e, quindi, rallenta con il tempo la crescita economica. Tra gli effetti perversi che provoca, c’è anche quello di dover impiegare i propri risparmi in asset finanziari sempre più rischiosi per ottenere un rendimento reale positivo o almeno non negativo. L’accoppiata tra inflazione e bassi tassi d’interesse, infatti, sta massacrando i risparmiatori di tutto il mondo avanzato.

Ma l’assenza d’inflazione aveva finito paradossalmente per aggravare un male storico italiano: la cattiva politica. Dopo la crisi finanziaria del 2008, le banche centrali di mezzo pianeta si misero a stampare moneta per iniettare liquidità sui mercati e salvare le economie dal rischio di una seconda grande depressione. Gli stimoli monetari, che sarebbero dovuti essere temporanei, divennero del tutto ordinari. In assenza d’inflazione, gli istituti trovarono la giustificazione per procrastinarli e i governi ne furono assuefatti.

Inflazione e mediocrità politica

L’Italia è stata la grande beneficiaria di questo accomodamento monetario estremo. Nel 2011, quando la crisi dello spread fece parlare di rischio default, la spesa per interessi era al 5% con un debito pubblico sotto il 120%.

Adesso, viaggia al 3,5% con un debito sopra il 150%. Ai tassi di allora, oggi dovremmo spendere circa il doppio di interessi. Questo miglioramento, però, non ha contribuito nell’ultimo decennio a migliorare la qualità delle nostre politiche economiche, né della classe politica italiana. Al contrario, ha generato un malinteso senso di rassicurazione, tale per cui abbiamo smesso di compiere scelte.

I programmi dei partiti, già vuoti, sono diventati libri dei sogni senza alcun costrutto e attinenza con la realtà. Non esiste più alcuna capacità di elaborazione programmatica, tant’è che ci ritroviamo al governo i cosiddetti “migliori”, che altro non sono che ministri considerati mediocri in qualsiasi altra fase storica. Lo stesso premier Mario Draghi sta varando un taglio delle tasse in deficit, impensabile fino a pochi anni fa. Del resto, ormai indebitarsi costa poco, come ha ammesso persino Klaus Regling, il direttore generale tedesco del Fondo salva-stati. Con la pandemia, ci siamo scatenati nell’inventare bonus a favore di tutti e tutto, persino per andare in vacanza o alle terme.

Il ritorno dell’inflazione minaccia questa pessima gestione dei conti pubblici. La BCE sarà costretta prima o poi ad alzare i tassi e già al board di oggi segnalerà la cessazione graduale degli acquisti di bond. I costi per indebitarsi saliranno e sui mercati non ci sarà più una domanda certa per i nostri titoli del debito. Il governo dovrà mostrarsi più cauto nello spendere in deficit. I partiti si ridesteranno dopo i lunghi anni di irresponsabilità e saranno messi spalle al muro dai rispettivi elettori per spiegare finalmente come intendano utilizzare i quattrini dei contribuenti. Se le banche centrali continuassero ad assecondare i governi, incuranti dell’inflazione alta, finirebbero per seminare malcontento tra i cittadini per via dei forti rincari. E anche in quel caso a pagare sarebbero le classi politiche, a partire da quella italiana. Un’era da dimenticare sotto il profilo della estrema mediocrità politica forse giunge al termine.

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