Quotazioni petrolio a +25% in un mese, cosa cambia per l’inflazione

Le quotazioni del petrolio sono aumentate del 25% in un mese. Quale impatto avranno sull'inflazione nelle economie importatrici ed esportatrici?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio sono aumentate del 25% in un mese. Quale impatto avranno sull'inflazione nelle economie importatrici ed esportatrici?

L’accordo OPEC del 30 novembre scorso sul taglio della produzione di petrolio da parte dei 14 membri del cartello è stato bissato nello scorso fine settimana, quando altri 11 paesi esterni, tra cui la Russia, hanno aderito, confermando la loro disponibilità ad eliminare in pochi mesi il residuo eccesso di offerta sul mercato globale, facendo risalire le quotazioni del greggio. Queste si attestano ormai nel range 50-55 dollari al barile, in rialzo mensile del 25%. Quanto basta per intravedere una risalita dell’inflazione nelle economie importatrici, come lo è l’Eurozona.

Il crollo dei prezzi della materia prima negli ultimi due anni ha contribuito in maniera determinante a portare l’unione monetaria in deflazione per diversi mesi e a raffreddare l’inflazione anche nelle altre economie avanzate, come USA, Giappone, Regno Unito, Svezia, Svizzera, etc. (Leggi anche: Petrolio, prezzi verso $60 con accordo non OPEC)

Reflazione per i paesi importatori

Adesso, che le quotazioni delle materie prime stanno risalendo, cosa implica per queste economie? Si parla da settimane di “reflazione”, che altro non sarebbe che il ritorno dell’inflazione. I livelli di crescita dei prezzi rimangono bassi, sotto il target del 2% negli USA e nel Regno Unito, negativi in Giappone, Svezia e Svizzera e a un terzo dell’obiettivo della BCE nell’Eurozona. Ma un’accelerazione è avvertita dall’estate scorsa, tanto che i mercati hanno iniziato a scontare la reflazione con rendimenti dei titoli di stato e delle obbligazioni private più alti.

In generale, quindi, l’inflazione dovrebbe attecchire sempre più nei prossimi mesi tra le economie importatrici di petrolio, mentre il fenomeno opposto dovrebbe avvenire tra quelle produttrici ed esportatrici. In Russia, la crescita dei prezzi è scesa su base annua sotto il 6%, grazie al rafforzamento del rublo di quasi il 17% quest’anno contro il dollaro. (Leggi anche: Rublo, Trump e petrolio lo spingono)

 

 

 

 

Inflazione salita nei paesi produttori di petrolio

Petrolio e inflazione sono un binomio, infatti, anche per chi il primo lo produce. Il crollo delle quotazioni ha ridotto di gran lunga il valore delle esportazioni di paesi come Russia, Arabia Saudita, Venezuela, Iraq, Nigeria, Algeria, etc. Alcuni di questi, come i sauditi, non hanno avvertito alcun mutamento nei tassi di cambio, avendoli da tempo fissati al dollaro. Altri, come i russi, hanno assistito a un deprezzamento del cambio fino a quasi il 60%; altri ancora, come l’Azerbaijan e parzialmente la Nigeria, hanno dovuto abbandonare il peg, svalutando di fatto le loro monete nazionali. Caso a parte è il Venezuela, su cui abbiamo ampiamente dissertato.

In realtà, anche i paesi del Golfo Persico hanno subito contraccolpi dal crollo delle quotazioni petrolifere, pur avendo adottato da decenni cambi fissi contro il dollaro. A causa delle minori entrate statali, hanno dovuto tagliare parte dei sussidi elargiti alla popolazione, in forma spesso di bollette energetiche quasi azzerate o di carburante semi-gratuito, con il risultato di far salire per altra via il costo della vita dei rispettivi abitanti, similmente a quanto sia accaduto nei paesi che hanno subito l’indebolimento del cambio. (Leggi anche: Petrolio, cigno nero saudita)

Attesa rialzista dei tassi nelle economie importatrici

Le più alte quotazioni dovrebbero rafforzare i tassi di cambio (ove fluttuanti) dei paesi produttori di petrolio, come segnala in queste settimane il rublo, allentando la pressione sulle entrate statali anche tra quanti avessero ancora mantenuto il peg. Pertanto, gli esportatori di petrolio dovrebbero assistere a un calo dell’inflazione, contrariamente agli importatori.

In realtà, questo travaso di inflazione dagli esportatori agli importatori di greggio potrebbe essere frenato dall’attesa rialzista sui tassi nei secondi, come sta avvenendo nelle ultime settimane. In sostanza, il mercato inizia a scontare una politica monetaria meno espansiva negli USA, ma come anche (più in là) nell’Eurozona, mentre i tassi dovrebbero scendere in Russia, così come forse anche in paesi come il Brasile. Ciò conduce, però, i capitali a spostarsi verso le economie importatrici, frenando il rafforzamento dei tassi di cambio di quelle esportatrici, le cui partite correnti subiranno un miglioramento dei saldi commerciali, ma un deterioramento di quelli finanziari. (Leggi anche: Inflazione accelera e trascina in basso i bond)

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Inflazione, Petrolio, quotazioni petrolio