Perché l’inflazione non spaventa le banche centrali e gli investitori? L’interpretazione dei dati alla base dell’approccio morbido

Sebbene le letture dell'inflazione siano le più alte dalla crisi finanziaria del 2008-09, la Federal Reserve non sembrerebbe preoccuparsene più di tanto. Ecco perché.

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Sebbene le letture dell'inflazione siano le più alte dalla crisi finanziaria del 2008-09, la Federal Reserve non sembrerebbe preoccuparsene più di tanto. Ecco perché.

Negli stati Uniti, secondo le ultime stime del Bureau of Labor Statistics (che potremmo definire come l’Istat americana), a maggio l’inflazione è accelerata ad un ritmo più veloce che negli ultimi 13 anni. Le cause sono note e riguardano gli ingenti stimoli economici messi in atto dalle istituzioni amaricane per far fronte alla crisi di liquidità di famiglie e imprese causata dall’emergenza sanitaria del Coronavirus e dalle relative restrizioni imposte dai vari paesi del mondo.

L’indice dei prezzi al consumo, a maggio 2021, è aumentato del 5%, contro il 4,7% stimato dagli analisti.

Si tratta del valore più alto dall’agosto 2008 (quando toccò il picco del 5,3%), poco prima che la crisi finanziaria facesse precipitare gli Stati Uniti in una delle più grandi recessioni della sua storia.

Nonostante ciò, la Federal Reserve è stata ampiamente sprezzante nei confronti dei numeri e, almeno per il momento, non intende fermare gli stimoli monetari. Cerchiamo di capire il motivo di questa scelta.

Inflazione quasi ai livelli del 2008, ma la situazione è ben diversa

Sebbene le letture dell’inflazione siano le più alte dalla crisi finanziaria del 2008-09, la Federal Reserve non sembrerebbe preoccuparsene più di tanto.

Il motivo è che i funzionari della banca centrale ritengono che l’attuale aumento dei prezzi sia dovuto a fattori temporanei che diminuiranno nel corso di quest’anno. Inoltre, le rilevazioni sono più alte perché confrontati con i dati di 12 mesi fa, quando gran parte dell’attività economica è rimasta limitata a causa delle restrizioni imposte per far fronte all’emergenza sanitaria del coronavirus.

In altre parole, un anno fa i prezzi di molti beni e servizi sono crollarti in modo del tutto anomalo.

Adesso, invece, gli stessi sono ritornati ai livelli pre-pandemia.

Circa 12 mesi fa, per fare un esempio, il prezzo del petrolio ha toccato il minimo storico di circa 20 dollari al barile. A maggio 2021, invece, è tronato ai livelli pre-covid, ossia superiore ai 71 dollari al barile.

Questa fluttuazione dei prezzi del petrolio, ovviamente, si riflette sui prezzi di tanti altri beni di largo consumo: carburante, energia elettrica, commodity ecc. Stesso discorso vale per tutta un’altra serie di beni e servizi, come ad esempio i prezzi delle auto usate e dei camion che, per analoghe motivazioni, sono saliti del 29,7% negli ultimi 12 mesi.

Core inflation, un indicatore molto utile

Nei casi come questi, sarebbe più coretto analizzare l’andamento dei prezzi utilizzando il cosiddetto “Core inflation”. Si tratta di un indicatore che misura l’aumento medio dei prezzi escludendo dal conteggio i beni che tipicamente sono soggetti a una forte volatilità di prezzo, soprattutto quelli collegati con l’energia e i generi alimentari.

I’inflazione core, sempre secondo le ultime stime di Bureau of Labor Statistics, è aumentato del 3,8% su base annua. Un valore, quest’ultimo, non basso, ma sicuramente più contenuto rispetto al 5% dell’indice dei prezzi al consumo appena analizzato.

 

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