Inflazione davvero in risalita? Ci sono buone ragioni per non crederci

L'inflazione in America potrebbe deludere le attese. Vediamo le ragioni per cui i bond tornerebbero un po' più appetibili.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'inflazione in America potrebbe deludere le attese. Vediamo le ragioni per cui i bond tornerebbero un po' più appetibili.

Il sell-off sul mercato obbligazionario nell’ultima settimana si è intensificato, a seguito della vittoria di Donald Trump alle elezioni USA. La politica economica del presidente eletto lascerebbe supporre un surriscaldamento dell’inflazione, essendo basata su tagli molto consistenti alle tasse e su 500-1.000 miliardi di dollari di spesa in infrastrutture. Le misure pro-crescita sarebbero un tonificante per i prezzi, specie considerando che il mercato del lavoro americano sarebbe in piena occupazione.

I rendimenti dei Treasuries a 10 anni, che il giorno delle elezioni erano all’1,85%, sono balzati adesso al 2,20%, ma si consideri che soltanto nel luglio scorso, dopo il referendum sulla Brexit, erano scesi ai minimi storici, ovvero in area 1,36%. (Leggi anche: Vittoria Trump, cosa accade all’economia americana)

Le aspettative d’inflazione si surriscaldano

Confrontando i titoli con cedola fissa con quelli legati all’inflazione, scopriamo che le aspettative d’inflazione in America sarebbero aumentate di un paio di decimali, sufficienti per scatenare le vendite, tanto che qualcuno ha già parlato di fine del rally dei bond, iniziato nel lontanissimo 1981, definendo l’attesa crescita dei prezzi per effetto della nuova amministrazione “Trumpflation”.

La Federal Reserve dovrebbe quasi certamente alzare i tassi USA a dicembre, anche grazie alla reazione positiva dei mercati finanziari all’esito elettorale dell’8 novembre. Eppure, chi si aspetta un’inflazione in accelerazione potrebbe restare deluso e dovrebbe, invece, guardare a un paio di dati. (Leggi anche: Effetto Trump, inflazione attesa accelera)

 

 

 

Dollaro più forte e materie prime meno care

La vittoria di Trump ha rafforzato ulteriormente il dollaro, che contro le principali valute del pianeta ha guadagnato mediamente in 8 giorni il 2,85%, portando a +6,23% il bilancio degli ultimi tre mesi. Un cambio più forte implica prezzi più bassi per i beni importati, per cui l’economia americana potrebbe imbattersi in una disinflazione almeno temporanea.

Nell’ultimo mese, poi, le quotazioni medie delle materie prime risultano scese del 3,6%, con il prezzo del petrolio a sfiorare un -10%. Non possiamo certo affermare che il combinato tra dollaro più forte e commodities a più buon mercato faccia propendere per un surriscaldamento dei prezzi. (Leggi anche: Crisi materie prime per tutto 2016)

La politica di Trump trova uno scoglio al Congresso

Altro aspetto rilevante in questa discussione riguarda la realizzazione della politica economica promessa da Trump. I repubblicani sono maggioranza al Congresso, ma non per questo avalleranno un massiccio piano in deficit spending, quando già oggi il debito federale americano si attesta al 105% del pil, pari a 19.800 miliardi di dollari.

Quand’anche Trump riuscisse ad ottenere dal suo stesso partito quanto perseguito, non è detto che i tagli alle tasse e la spesa infrastrutturale si realizzino all’istante, ma probabilmente impiegheranno anni per essere attuati e altri mesi o qualche anno potrebbero risultare necessari per surriscaldare l’inflazione. (Leggi anche: Debito USA insostenibile?)

 

 

 

Nell’Eurozona potrebbe esservi una risalita dei prezzi

Il mercato starebbe scontando, quindi, una risalita dell’inflazione negli USA, che sarebbe meno pronunciata e immediata di quanto pensi. Non possiamo escludere, anzi, che nei prossimi mesi la crescita dei prezzi deceleri e che la Federal Reserve non sia costretta a rallentare nuovamente la stretta sui tassi, rispetto alla tabella di marcia ora attesa.

Un po’ più complicato il discorso per l’Eurozona, dove l’indebolimento del cambio euro-dollaro (-3% dalle elezioni e -5% in 3 mesi) sosterrebbe l’inflazione, ma il ripiegamento del greggio e delle altre materie prime tenderebbe a contrastare la risalita dei prezzi. Complice una buona resilienza dell’economia nell’area agli shock degli ultimi mesi, possiamo supporre che l’inflazione qui possa accelerare di qualche decimale nei prossimi mesi, anche se restano le forti divergenze tra Nord e Sud Europa, con l’Italia tra i paesi ancora in lieve deflazione.

Dunque, se l’inflazione in America e nelle altre principali economie avanzate non dovesse realmente accelerare come da previsioni, ci sarebbe spazio per un recupero dei prezzi dei bond, ovvero per una ridiscesa dei loro rendimenti, sebbene parliamo di movimenti limitati. I primi 100 giorni della presidenza Trump saranno decisivi per fiutare che aria tira. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro verso la parità?)

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Argomenti: Cambio euro-dollaro, Economia Europa, Economia USA, Fed, Inflazione, super-dollaro, tassi USA

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