India al voto tra successi e promesse mancate del premier Modi, ecco i numeri della più grande democrazia al mondo

L'India celebra le elezioni politiche da domani e per le prossime 5 settimane. Il premier Narendra Modi punta al bis e lascia un'economia molto più in forma di 5 anni fa, sebbene a deludere sia la performance del mercato del lavoro.

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L'India celebra le elezioni politiche da domani e per le prossime 5 settimane. Il premier Narendra Modi punta al bis e lascia un'economia molto più in forma di 5 anni fa, sebbene a deludere sia la performance del mercato del lavoro.

La più grande democrazia del mondo sta per celebrare le sue elezioni politiche. Da domani e fino al 19 maggio prossimo, 900 milioni di persone in India su una popolazione complessiva di 1,34 miliardi rinnoveranno il Parlamento, scaglionati in 7 cicli distinti, così da permettere all’esercito di garantire il voto libero e sicuro a tutti.

I risultati saranno resi noti il 23 maggio. I sondaggi danno in vantaggio la coalizione attorno al BJP del premier Narendra Modi, alla guida del governo dal 2014. E, tuttavia, l’attuale maggioranza vedrebbe ridursi il numero dei seggi al minimo necessario per continuare a governare, segnalando che la corsa sarebbe più difficile di quanto si fosse immaginato fino a qualche mese fa. L’ultimo quinquennio per l’economia indiana è stato molto positivo, tanto da essersi aggiudicata la palma mondiale della crescita, scalzando la confinante Cina. Restano, però, le promesse mancate dell’attuale premier, che ha disilluso parte della base elettorale, anche se nelle ultime settimane i toni nazionalisti rispolverati da Modi in occasione degli scontri con il Pakistan starebbero serrando le file tra i suoi sostenitori, assegnandogli un vantaggio comunicativo sull’opposizione del Congresso.

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Per massimizzare i risultati alle urne, il premier ha promesso un sostegno di 72.000 rupie all’anno (circa 1.040 dollari) alle 50 milioni di famiglie con redditi più bassi e il raddoppio del pil dai 2.900 miliardi di dollari di quest’anno ai 5.000 entro il 2025, con l’obiettivo di diventare entro il 2030 la terza potenza economica del mondo dopo USA e Cina. Una forte ambizione, pur non impossibile, considerando che Nuova Delhi sia sulla buona strada per scalzare il Regno Unito dal quinto posto e che, dunque, debba superare entro il prossimo decennio Germania e Giappone. Sta di fatto che nell’ultimo quinquennio, sotto Modi l’economia indiana sia cresciuta di 1.000 miliardi e il pil pro-capite è passato da 1.600 a 2.500 dollari, segnando un buon +35%.

Crescita alta, ma pochi posti di lavoro

Il problema, però, riguarda il mercato del lavoro.

Da prima che Modi arrivasse al governo, l’India non pubblica statistiche ufficiali sull’occupazione, ma pare che il tasso di disoccupazione sia salito ai massimi da 45 anni a questa parte, secondo un sondaggio di cui è entrato in possesso il quotidiano Business Insider. A questo gigantesco paese del subcontinente asiatico servirebbero 10 milioni di posti di lavoro creati ogni anno solo per tenere il passo con le dinamiche demografiche e qui il governo attuale avrebbe fallito la missione di crearne 1 milione al mese, tanto che si parla di crescita “jobless”, vale a dire senza nuovi posti di lavoro. Ad ogni modo, nell’anno fiscale che si è appena concluso, l’India risulta essere cresciuta del 7,1% e per l’anno in corso dovrebbe accelerare al +7,3%. L’apice sotto Modi è stato raggiunto nel 2017 con il +8,2%.

Il governo ha beneficiato negli anni passati del crollo delle quotazioni del petrolio, essendo l’economia indiana importatrice di energia. Il Fondo Monetario Internazionale stima in un +4,3% cumulato il maggiore pil nel biennio 2015-’16, grazie al minore costo della materia prima, anche se con il rialzo dei prezzi si sta verificando da un paio di anni il fenomeno opposto, ossia un freno posto dal petrolio alla crescita economica, nonostante rimanga elevata. Ma non sono tutte e rose e fiori. L’India cresce a ritmi invidiabili per la stessa Cina, eppure esporta poco e viene trainata essenzialmente dalla domanda interna, ossia consumi privati, investimenti e spesa pubblica. Quest’ultima eccede le entrate di parecchi punti percentuali e nell’esercizio passato ha esitato un deficit fiscale del 6,7%, che quest’anno salirebbe al 6,9%.

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Gli investimenti costituiscono quasi un terzo del pil, cioè il 31,6% nel 2018-’19, attesi al 31,7% nel 2019-’20. Trattasi di una percentuale nettamente superiore a circa il 20% medio tra le grandi economie avanzate, anche se inferiore al 45% medio della Cina degli anni recenti, nonché del 34% toccato dalla stessa India nel 2014-’15. E crescono a vista d’occhio anche i consumi delle famiglie, come dimostrano alcuni dati salienti: il numero dei passeggeri aerei è più che raddoppiato in 5 anni, salendo a 140 milioni di unità; le auto vendute sono state 25 milioni nel 2018, molte più delle 18,5 milioni del 2014; e i possessori di smartphone sono passati da 80 a 140 milioni nello stesso periodo, così come lo stesso e-commerce ha esitato l’anno scorso vendite online per 28 miliardi di dollari, 7 volte più alte di 4 anni prima.

Economia non competitiva

Resta il problema della scarsa competitività dell’economia. Le esportazioni ammontano ad appena il 10% del pil, circa un terzo del livello a cui l’FMI stima che dovrebbero attestarsi, pur per un grande paese come l’India. Nel 2018, la bilancia commerciale ha chiuso negativamente per il 5,7% del pil, meno degli anni pre-Modi, ma il dato si conferma ugualmente molto negativo. Sempre l’FMI spiega che a Nuova Delhi converrebbe aprirsi commercialmente di più, perché aumentando le importazioni si accrescerebbe la concorrenza ai produttori locali e ciò li incentiverebbe all’innovazione e a una maggiore efficienza, di fatto sfruttando meglio il potenziale di crescita. Va riconosciuto che il governo uscente abbia aperto agli investitori stranieri, consentendo loro, ad esempio, di detenere partecipazioni superiori in settori sensibili, come quello assicurativo.

I risultati non sono tardati ad arrivare: gli afflussi di capitali stranieri nel 2018 sono stati circa 45 miliardi di dollari, il doppio del 2014. Allo stesso tempo, Modi ha superato forti resistenze interne al suo stesso partito, varando nel 2017 una storica riforma fiscale con l’introduzione di una IVA uguale per tutti gli stati di cui si compone l’India, così da creare un vero unico grande mercato comune. E nel novembre del 2016 sconvolse la popolazione con l’annuncio che avrebbe ritirato dalla circolazione, a partire dalla mezzanotte successiva, le banconote dal valore più alto, quelle da 500 e 1.000 rupie, allora corrispondenti a 6,50 e 13 dollari. Rappresentavano l’86% delle banconote circolanti, ragione per cui si crearono lunghe file dinnanzi alle banche per scambiarle con quelle di nuova emissione.

L’obiettivo del premier era di scalfire l’economia sommersa, che ancora oggi varrebbe l’80% del totale. I risultati sono stati praticamente nulli, se è vero che pochi mesi fa il ministro delle Finanze, Arun Jaitley, ha dovuto ammettere che quasi il 100% delle banconote è rientrato in banca, segnalando come non vi siano state sostanziali difficoltà da parte di evasori fiscali, corrotti e criminali nel riciclare il denaro di cui non avrebbero potuto, in teoria, dimostrare l’origine. La lotta al sommerso e all’evasione, però, ha riscosso un successo di consenso tra i larghi strati della popolazione.

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La debolezza del cambio Modi l’ha ereditata dal passato e non è riuscito a liberarsene. La rupia ha perso contro il dollaro circa il 15% nell’ultimo quinquennio, un ritmo inferiore al passato e anche al +25% messo a segno dalla divisa americana mediamente contro le altre principali valute nello stesso periodo. Ma con un saldo commerciale e corrente in costante passivo – e pure pesantemente – non ci si potrebbe attendere diversamente. Ciò limita la stessa crescita, con la Reserve Bank of India costretta a tenere i tassi a livelli relativamente alti, oggi al 6% contro un’inflazione al 2,6% a febbraio. Comunque, un secondo mandato per Modi sarebbe un buon segnale per i mercati, come conferma il fatto che sotto il suo primo governo, la borsa locale ha guadagnato il 60%, battendo nuovi record storici. Con tutti i limiti sopra evidenziati, la sua è stata un’azione di governo riformatrice e pro-business. Prima del suo arrivo, l’India cresceva sottotono, mentre oggi almeno può ambire ad avvicinarsi alla Cina, pur esibendo un pil pro-capite ancora di circa 4 volte inferiore.

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