In Venezuela si avvicina il possibile addio al cambio fisso, inflazione verso il 720%

L'economia venezuelana sempre più colpita dall'iperinflazione e dalla recessione profonda. Si teme il default e l'unica soluzione immediata sarebbe l'abbandono del cambio fisso.

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L'economia venezuelana sempre più colpita dall'iperinflazione e dalla recessione profonda. Si teme il default e l'unica soluzione immediata sarebbe l'abbandono del cambio fisso.

Le ultime stime sull’economia nel Venezuela da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) confermano lo stato di emergenza in cui versa Caracas. Il direttore dell’Emisfero Occidentale dell’istituto, Alejandro Werner, ha pubblicato nei giorni scorsi previsioni agghiaccianti sul paese, che quest’anno vedrebbe esplodere l’inflazione al 720% dal 275% del 2015. Malissimo anche il pil, che dopo essere crollato del 10% lo scorso anno, nel 2016 dovrebbe contrarsi ancora dell’8%. L’ultimo dato sull’inflazione è stato pubblicato dalla banca centrale venezuelana a metà gennaio, arrivando dopo ben 13 mesi dal precedente, secondo cui il 2015 sarebbe stato chiuso con una crescita dei prezzi del 141,5%. L’istituto ha accusato “il capitalismo selvaggio” di avere provocato il 60% della suddetta inflazione, attraverso la manipolazione dei tassi di cambio. Sul mercato nero, un dollaro equivale oggi quasi 960 bolivar, circa 150 volte di più del cambio ufficiale di 6,3.

Un’economista dell’Università Simon Bolivar, Pasqualina Curcio, ha confermato che il tasso illegale riscuoterebbe oggi maggiore credibilità tra le imprese e i consumatori rispetto a quello ufficiale, tanto che il 70% dell’economia sarebbe legata ad esso, così come l’80% degli scambi sarebbe sotto la sua influenza. Curcio, tuttavia, difende le posizioni del governo, sostenendo che non sarebbe vera l’accusa del mondo delle imprese, secondo cui i prezzi si baserebbero sui tassi di cambio vigenti sul mercato nero, dato lo scarso accesso ai dollari, sostenendo che Caracas avrebbe aumentato l’offerta di valuta straniera negli ultimi tempi.        

Contro default Venezuela ipotesi ristrutturazione bond PDVSA

L’unica certezza è che l’economia venezuelana appare paralizzata dalla ristrettezza dei beni offerti. Il governo è debitore verso le imprese straniere di ben 50 miliardi di dollari. Si tratta di crediti, che queste vantano, non avendo avuto la possibilità di convertire i ricavi prodotti in bolivar nel paese in dollari o altra valuta straniera. Tra queste vi sono le compagnie aeree, tra cui Alitalia, che hanno deciso di tagliare i voli da e per Caracas, impossibilitate ad esportare fuori dal paese sudamericano quanto fatturato.

Il presidente di Datanalisis, un istituto di ricerca economico indipendente, Luis Vicente Leon, ritiene che il governo dovrebbe ristrutturare le obbligazioni della compagnia petrolifera statale PDVSA, in quanto difficilmente avrebbe altrimenti la possibilità di evitare un default nei prossimi mesi. I bond della compagnia sono considerati assimilabili ai titoli di stato locali. Il petrolio rappresenta il 96% delle esportazioni del paese, ma con le quotazioni ai minimi dal 2003 sui mercati internazionali, la situazione fiscale in Venezuela si è trasformata da drammatica a tragica. Si consideri che nel 2012, le esportazioni di greggio fruttavano 80 miliardi di dollari, mentre quest’anno sono attese sotto i 20 miliardi.      

Basse quotazioni Brent aumentano probabilità di svalutazione bolivar

E se sui mercati stranieri, il Brent è venduto intorno ai 30 dollari al barile, il greggio pesante di Caracas vale in queste ore sui 23 dollari, vale a dire vicinissimo alla soglia dei 17-18 dollari, sotto la quale la produzione avverrebbe in perdita. Un allarme, che ha spinto il governo di Nicolas Maduro a richiedere un vertice di emergenza all’OPEC, al fine di arrestare il calo delle quotazioni. I rendimenti dei bond governativi sono in rialzo su tutta la curva delle scadenze rispetto a un mese fa. Quelli a un anno si attestano a un soffio dal 50%, mentre i quinquennali sono al 38,8%. A questo punto, in assenza di una risalita vigorosa e tempestiva dei prezzi del greggio, il Venezuela avrebbe come unica vera arma a disposizione per tamponare la sua crisi fiscale l’abbandono del “peg” tra bolivar e dollaro, che moltiplicherebbe di ben 100 volte il valore dei ricavi maturati con le esportazioni di petrolio. Quanto alle preoccupazioni sull’impatto che la maxi-svalutazione avrebbe sull’inflazione, non sembrano avere granché senso; non solo, perché gli stessi economisti allineati al regime “chavista” ritengono che già oggi, grosso modo, i prezzi siano formati sulla base dei tassi di cambio sul mercato nero, ma anche perché il vero problema di questa fase è la carenza di beni, date l’offerta interna limitata e le importazioni quasi impossibili.

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