In Turchia non si avverte il calo del petrolio, il crollo della lira ha annullato i benefici

Quasi annullato il beneficio sull'economia in Turchia del crollo delle quotazioni del petrolio, a causa del contestuale deprezzamento della lira. La politica ha rovinato tutto.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Quasi annullato il beneficio sull'economia in Turchia del crollo delle quotazioni del petrolio, a causa del contestuale deprezzamento della lira. La politica ha rovinato tutto.

Quando ad aprile si è registrata un’accelerazione dell’inflazione al 7,9% per il terzo mese consecutivo, è parso evidente che il rallentamento dei prezzi in Turchia non starebbe avvenendo, a differenza che in altre economie emergenti, come in India, dove il dimezzamento delle quotazioni del petrolio si è tradotto in una minore inflazione e, di conseguenza, in un maggiore raggio di azione per le banche centrali, che hanno così potuto allentare la politica monetaria, tagliando i tassi e sostenendo la crescita.   APPROFONDISCI – Turchia, l’inflazione accelera ad aprile e l’impotenza della banca centrale preoccupa  

Crollo lira turca ha annullato i benefici

Tutto ciò ad Ankara non si è avvertito. Il perché lo spiega un solo dato più di ogni altro: un anno fa, quando il cambio tra la lira turca e il dollaro si attestava a 2,07 e le quotazioni del petrolio erano a 102 dollari, un barile di greggio costava sopra le 210 lire. Oggi, il cambio è salito a 2,70 e le quotazioni del petrolio, pur in netta ripresa da settimane, sono scese a 68 dollari, per cui un barile di greggio costa ai turchi 184 lire. Su base annua, il minore costo è del 13%, abbastanza, ma non esaltante. Se è vero che l’inflazione è passata dall’apice del 9% di un anno fa a quasi l’8% del mese scorso, è chiaro che stiamo parlando solo di un impatto minimo, di un  beneficio limitato per i consumatori turchi, a causa del contestuale deprezzamento della lira, che ha quasi del tutto eroso i guadagni ottenuti sul fronte energetico. Un danno per un’economia, costretta ad importare il 90% del suo fabbisogno di energia. A sua volta, il crollo della lira ha amplificato la risalita delle quotazioni petrolifere nelle ultime settimane, provocando un’accelerazione dell’inflazione. Ma la crisi valutaria turca è frutto essenzialmente della sfiducia degli investitori verso la politica del governo di Ahmet Davutoglu e del presidente Erdogan, i quali entrambi fanno da mesi pressione sulla banca centrale, guidata dal governatore Erdem Basci, perché tagli i tassi.   APPROFONDISCI – Turchia, la lira crolla ai nuovi minimi record. Possibile un rialzo dei tassi d’emergenza  

Tassi Turchia un rebus

Basci ha dovuto parzialmente accondiscendere a tali richieste, in vista delle elezioni politiche del 7 giugno, tagliando 2 volte quest’anno i tassi per complessivi 75 punti base al 7,50%, sotto il livello dell’inflazione, segnalando all’ultimo board di fine aprile che la crescita dell’inflazione non costituirebbe motivo in sé  per avviare una stretta monetaria. Da qui, il circolo vizioso tra inflazione e deprezzamento del cambio. Sembra evidente ormai che l’istituto non sia più del tutto autonomo nel perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi e ciò sta facendo fuggire gli investitori, tanto che i titoli di stato a 2 anni rendono adesso il 10,30%, il livello più alto dall’aprile dello scorso anno. Per concludere, è come se il crollo dei prezzi energetici non ci fosse mai stato per la Turchia, che paga oggi il greggio poco meno di un anno fa, avendo perso il treno per fare scendere considerevolmente l’inflazione, tagliare i tassi e sostenere la crescita dell’economia. Ma l’ottusità con cui Erdogan e il governo hanno cercato di privilegiare quest’ultimo punto, in totale insensibilità rispetto alla stabilità macro-economica, ha rovinato tutto.   APPROFONDISCI – La Turchia di Erdogan fa paura, perché gli investitori fuggono dalla lira e dai bond

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Argomenti: Economie Asia, lira turca, quotazioni petrolio, tassi Turchia