In Spagna recessione finita? Troppo presto per cantar vittoria

Il Pil della Spagna è in crescita congiunturale di appena lo 0,1%, ma il segno meno resta abbondante su base annua. Migliora l'occupazione, ma il vero test sarà il quarto trimestre. La lieve ripresa è trainata ancora solo dall'export mentrelangue domanda interna

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La Spagna annuncia da settimane la fine della recessione e l’inizio della ripresa, dopo 9 trimestri consecutivi in calo. Ieri, la banca centrale spagnola, Banco de Espana, ha diramato il dato sul pil nel terzo trimestre, risultato in crescita dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Poco, quasi impercettibile, ma sufficiente per far gridare il governo di Madrid e la stampa nazionale e straniera che la Spagna si sta riprendendo.

Per carità, dopo anni di tracollo dell’economia e di boom della disoccupazione, anche gli spagnoli hanno diritto a un minimo di fiducia e di ottimismo, ma ciò non può portarci a non vedere i dati così come sono.

 

Disoccupazione Spagna ai minimi dall’inizio della crisi ma è solo l’impatto della stagione turistica

Il pil nel terzo trimestre è sì risultato in lievissima crescita congiunturale, ma su base annua è ancora in calo dell’1,2%, seppur in decelerazione dal -1,6% registrato nel secondo trimestre. Ed è pur vero che il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi dallo scoppio della crisi, attestandosi nel periodo tra luglio e settembre al 25,9% dal 26,26% del secondo trimestre. E il governo ha migliorato le stime per il 2014, quando il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi mediamente al 25,9% dal 26,7% della precedente previsione.

Il miglioramento c’è stato ed è indubbio. Tuttavia, gli analisti temono che grossa parte di esso potrebbe essere dipeso dalla stagione turistica, con il rischio che molti dei contratti a termine stipulati nel terzo trimestre non siano più rinnovati alla scadenza. Per questo, prima di ipotizzare, come tutti speriamo, un calo costante e irreversibile della disoccupazione spagnola, bisognerà attendere il quarto trimestre, ossia la fine degli effetti trainanti della stagione estiva sul mercato del lavoro.

L’export nei primo otto mesi dell’anno è cresciuto del 6,6% a 155,8 miliardi, mentre le importazioni si sono ridotte del 3,2% a 162,2 miliardi. In pratica, il saldo delle esportazioni nette risulta ancora in passivo di 3,4 miliardi, incidendo negativamente per lo 0,3% del pil spagnolo.

Il calo delle importazioni, per quanto possa apparire in sé positivo, conferma la crisi della domanda, come spiega anche l’analisi dei dati di Banco Espana, che parla di una crescita congiunturale dello 0,1%, frutto di un +0,4% determinato dalle esportazioni e di un -0,3% della domanda interna.

In sostanza, la Spagna avrebbe arrestato il crollo della sua economia per il solo traino della domanda estera. Un segnale positivo, perché da un lato ci mostra un’economia competitiva (ma lo stesso è accaduto in questi mesi all’export italiano), ma dall’altro implica che le speranze di ripresa in Spagna, come nel resto del Sud Europa, dipendono ancora dall’export, ossia dalla ripresa dell’economia nel resto del mondo.

Per quest’anno, il pil è atteso in calo dell’1,3% (-1,7% il calo italiano, stimato dal governo Letta), mentre sono state alzate le stime per il 2014 dal +0,5% al +0,7%, stessa ripresa stimata dall’esecutivo italiano per la nostra economia.

Riassumendo, si fa presto a dire che la Spagna sia in ripresa per il solo dato positivo di un trimestre. Bisogna attendere almeno i dati del prossimo trimestre, prima di pronunciarsi in modo più serio e in ogni caso il paese dovrà fare i conti con un risanamento ancora lontano dall’essere concluso (il 2012 ha chiuso col più alto deficit d’Europa, al 10,6% del pil), mentre dal 2008 ad oggi si sono persi 3,7 milioni di posti di lavoro, che per essere recuperati necessitano di qualcosa di più robusto di un pallidissimo +0,1% trimestrale.

 

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