In Polonia il governo espropria i fondi pensione. In Italia sarebbe possibile?

Varsavia nazionalizza parte dei fondi pensione, facendo trasferire allo stato le obbligazioni coperte da garanzia pubblica. Obiettivo: ridurre il debito pubblico dell'8%.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Varsavia nazionalizza parte dei fondi pensione, facendo trasferire allo stato le obbligazioni coperte da garanzia pubblica. Obiettivo: ridurre il debito pubblico dell'8%.

Iniziativa scioccante annunciata dal Ministro delle Finanze della Polonia, Jacek Rostowski. Le obbligazioni in possesso dei fondi pensioni coperte da garanzia pubblica, in particolare, i bond sovrani, saranno trasferite nelle casse dello stato. Si tratta di un ammontare superiore ai 40 miliardi di euro. Obiettivo del governo è la riduzione del debito pubblico polacco dell’8% dall’attuale 52,7% del pil.

Un vero colpo durissimo alla previdenza complementare in Polonia, ad oggi su base volontaria, con la possibilità per il lavoratore di destinarvi risorse pari al 2,92% della retribuzione, a cui si deve aggiungere anche una parte privata. Il sistema previdenziale privato polacco vale il 20% del pil del paese, ma il suo patrimonio è costituito per il 51,5% da obbligazioni pubbliche, mentre per la restante metà è investito in titoli quotati per lo più alla Borsa di Varsavia. La misura del premier Donald Tusk, quindi, più che dimezzerebbe il settore privato, tanto che sono arrivate dure prese di posizione da alcuni operatori come Allianz, Aviva, Axa, Generali e Ing. E la borsa polacca ha perso il 2,6% nel giorno dell’annuncio.

Eppure, non si tratta di una misura inedita nel panorama mondiale. La nazionalizzazione del sistema previdenziale privato, o meglio, il suo esproprio parziale è avvenuto sia in Argentina nel 2008, per volontà della presidenta Cristina Kirchner, sia in Ungheria, dove due anni fa il parlamento ha deciso di trasferire i portafogli dei fondi pensione privati nelle casse statali.

In Polonia, il sistema previdenziale si regge sul pilastro pubblico (Zus) e quello privato. I lavoratori uomini e donne vanno in pensione a 67 anni, secondo la riforma voluta dal governo un anno e mezzo fa, ma hanno la possibilità di anticipare l’uscita dal mondo del lavoro rispettivamente a 65 e 62 anni, se hanno maturato 40 anni di contributi i primi e 35 anni le seconde, subendo, però, un taglio dell’assegno del 50%, pur potendo continuare a lavorare. Rispetto al vecchio schema previdenziale, l’innalzamento dell’età pensionabile è stato di 2 anni per gli uomini e di 7 anni per le donne.

Fa specie, quindi, che un sistema apparentemente così liberale e tendenzialmente solido, che ha visto la nascita e l’affermazione del pilastro privato come complementare al settore pubblico, ora inverta decisamente rotta, peraltro in presenza di un debito pubblico contenuto, specie se raffrontato con la media europea.

 

Nazionalizzazione previdenza privata: in Italia si rischia qualcosa?

E in Italia rischiamo per caso un provvedimento simile? Aldilà delle voci dei mesi scorsi, non si vedrebbe la ragione per puntare a nazionalizzare la previdenza privata, che semmai ancora non sembra essere decollata nel nostro paese, complici sia la crisi che ha falcidiato le retribuzioni degli ultimi anni, sia l’alta contribuzione già prevista in favore della previdenza pubblica (Inps). In più, se il governo italiano decidesse di trasferire nelle sue casse i titoli di stato in possesso dei fondi pensione operanti in Italia, racimolerebbe meno di 30 miliardi. Cioè, a fronte di un provvedimento che i mercati riterrebbero terribilmente illiberale, i benefici sarebbero pressoché nulli, perché il debito pubblico sarebbe abbattuto di poco più dell’1% del pil.

 

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Argomenti: Economie Europa

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