In Nigeria scatta l’allarme per la crisi del petrolio, la valuta locale sprofonda

Colpita dalla crisi del petrolio, anche la Nigeria è in difficoltà e la valuta locale sprofonda sul mercato parallelo dei cambi, mentre il governo pensa a quotare in borsa la compagnia petrolifera e ad emettere bond in euro.

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Colpita dalla crisi del petrolio, anche la Nigeria è in difficoltà e la valuta locale sprofonda sul mercato parallelo dei cambi, mentre il governo pensa a quotare in borsa la compagnia petrolifera e ad emettere bond in euro.

Non è un caso che l’appello lanciato ieri all’Arabia Saudita, perché convochi una riunione di emergenza dell’OPEC entro marzo sia arrivata dal ministro del Petrolio della Nigeria, Emmanuel Kachikwu. La prima economia africana si trova, infatti, in una situazione di grande difficoltà, visto che dalla vendita di greggio ottiene il 90% dei dollari in ingresso nel paese e che questi rappresentano i 2 terzi delle entrate statali.

Con le quotazioni scese persino sotto i 30 dollari al barile nelle scorse ore, in calo del 70% rispetto ad appena 18 mesi fa, anche il Fondo Monetario Internazionale ha compreso la gravità di questa fase, inviando i suoi funzionari nella capitale nigeriana, al fine di meglio monitorare gli sviluppi. Il direttore generale Christine Lagarde spiega le ragioni della sua preoccupazione per l’andamento dell’economia in paesi come Nigeria e Camerun, chiarendo che i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo valgono l’85% della popolazione mondiale e il 60% del pil globale. Le conseguenze di un loro deterioramento, quindi, si farebbero sentire anche sulle economie avanzate. Il presidente Muhammadu Buhari, in carica da meno di un anno, ha inviato alle 2 Camere del Parlamento una proposta di bilancio, che prevede un innalzamento della spesa pubblica del 20%, nonostante il calo delle entrate. Il suo governo punta ad aumentare le entrate non petrolifere e a finanziare il deficit da 11 miliardi di dollari con l’emissione di bond domestici e di altri in valuta straniera. La scommessa del ministro delle Finanze, Kemi Adeosun, è di tornare sui mercati dopo 2 anni e mezzo con l’emissione di titoli in euro, in modo da contenere i rendimenti.      

Crisi naira rende meno appetibili bond Nigeria

L’ultima volta che la Nigeria ha emesso titoli in dollari, ovvero nel luglio del 2013, i quinquennali sono stati acquistati al rendimento medio del 5,38% e i decennali del 6,63%. Adesso, però, il costo di rifinanziamento del debito è salito, complice anche la crisi del naira, la valuta locale, che la banca centrale del governatore Godwin Emefiele tiene ancorata al dollaro a un cambio minimo di 200, quando nelle scorse ore esso è scivolato a 300 sul mercato nero, nonostante la decisione dell’istituto di sospendere l’erogazione di dollari agli operatori privati del cambio, contestuale all’abrogazione del divieto di aprire conti in dollari nel paese. Se venerdì scorso, un dollaro acquistava 278 naire, lunedì si era giunti a 285 e ieri si è arrivati a 300. Proprio questo disallineamento tra cambio ufficiale e quello parallelo dovrebbe rappresentare la maggiore fonte di preoccupazione per gli investitori.

Un altro paese produttore di petrolio, il Venezuela, si è intestardito in questi anni a mantenere un “peg” irrealistico tra bolivar e dollaro, quando la valuta locale vale meno dell’1% sul mercato nero. Per il naira, il differenziale si è già allargato al 33% e ciò non depone in favore dell’acquisto di assets nigeriani, visto che gli investitori potrebbero imbattersi in un elevato rischio di cambio.        

Rinuncia al peg appare necessaria

La crisi fiscale viene avvertita per quella che è ad Abuja, tanto che sempre Kachikwu ha annunciato l’IPO della compagnia petrolifera statale entro il 2018, contemporaneamente a un’opera di miglioramento dell’efficienza della rete distributiva. L’obiettivo è chiaramente fare cassa, in modo da attutire il deficit fiscale, nell’attesa che le quotazioni risalgano. Ma la crisi dell’oro nero mette anche qui in evidenza l’esigenza di diversificare le entrate, un processo simile a quello che sta avvenendo in tutto il Golfo Persico, anche se il problema della Nigeria sarà, in particolare, di porre rimedio all’elevata corruzione e alle profonde inefficienze del sistema di riscossione delle tasse, che succhiano allo stato l’80% del gettito. Finora, solo il petrolio aveva garantito un’entrata certa. Parte del disavanzo potrebbe, in verità, essere coperto con la libera fluttuazione del naira sul mercato dei cambi, perché il suo deprezzamento innalzerebbe il valore dei dollari in ingresso nel paese. Ma a differenza della Russia e similmente all’Arabia Saudita, la banca centrale non si rassegna a rinunciare al “peg”, ignorando la realtà e rendendo più difficile la soluzione dei problemi dell’economia nazionale.

 

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