In Messico stravince il candidato populista di sinistra, ecco le ragioni della svolta

Il Messico cambia e si affida a un presidente di sinistra. L'anti-Trump latino-americano potrebbe avere con la Casa Bianca un rapporto meno teso di quanto s'immagini.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Messico cambia e si affida a un presidente di sinistra. L'anti-Trump latino-americano potrebbe avere con la Casa Bianca un rapporto meno teso di quanto s'immagini.

E’ Andres Manuel Lopez Obrador, in sigla AMLO, il nuovo presidente del Messico, anche se per l’insediamento ufficiale dovrà attendere fino al prossimo 1 dicembre. Con il 53% dei consensi ottenuti, ha sbaragliato senza partita tutti gli avversari, ponendo fine al lungo regno del Partito Rivoluzionario Istituzionale, al potere quasi ininterrottamente dal 1928, ad eccezione del periodo compreso tra il 2000 e il 2012. E’ stata una bocciatura secca del presidente uscente Enrique Pena Nieto, che non poteva ricandidarsi. AMLO, già sindaco della capitale, era il candidato più di sinistra della competizione elettorale, ribattezzato “l’anti-Trump” messicano per la sua virulenta opposizione verbale all’amministrazione americana, nonché tacciato di populismo per le numerose proposte economiche non ortodosse del neo-presidente, tra cui la limitazione agli investimenti esteri nel settore energetico.

Eppure, proprio Donald Trump è stato tra i primissimi a complimentarsi con il nuovo capo di stato del vicino meridionale. Con un tweet, si è detto “impaziente di collaborare … per trovare reciproci benefici tra USA e Messico”. AMLO si è impegnato a tenere il paese nel NAFTA, l’accordo commerciale di libero scambio, siglato nel 1994 con USA e Canada e che Trump minaccia con la rinegoziazione in favore dell’industria manifatturiera americana, sostenendo che si sarebbe tradotto in una perdita di milioni di posti di lavoro per l’economia a stelle e strisce. Ma è sulla questione degli immigrati clandestini che da parte di AMLO si sono scatenate le reazioni più furenti contro il presidente americano, accusato in un suo libro di trattare i messicani “come Hitler fece con gli ebrei”.

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Tuttavia, poiché la politica porta spesso a esiti imprevisti, è possibile che tra i due si abbia proprio sul tema dei clandestini un’intesa superiore di quella che Trump ha avuto sinora con Pena Nieto, fiero oppositore della costruzione del muro al confine tra i due stati. AMLO ha sostenuto in piena campagna elettorale che, pur reclamando rispetto per gli immigrati messicani negli USA, questi sarebbero la prova del fallimento delle politiche economiche di Città del Messico, accusando i suoi avversari della “mafia al potere” di non essere in grado di stimolare la crescita dell’economia e “senza crescita non c’è lavoro, senza lavoro non c’è benessere e senza benessere non c’è pace”. Al contempo, ha invitato il governo americano a controllare le rimesse dei messicani verso il loro paese d’origine, sostenendo che sarebbe bizzarro pensare che famiglie che vivono negli USA con i sussidi siano capaci di mandare denaro in casa, adombrando il dubbio che o lavorino in nero o che siano sfruttate dalla criminalità organizzata.

L’allarme sicurezza

Povertà e sicurezza si mescolano in Messico. Dalla nascita del NAFTA, il tasso medio di crescita nel paese latino-americano è stato di appena il 2,3%, percentuale che giudicheremmo appena sufficiente per un’economia matura, non certo per una emergente, in cui il pil pro-capite si attesta ancora intorno a persino sotto i 10.000 dollari all’anno. Dunque, se l’America di Trump lamenta scarsi benefici dall’accordo di libero scambio con i vicini del nord e del sud, nemmeno il Messico sembra che abbia motivo per gioire. Anzi, 5 milioni di agricoltori sarebbero scomparsi con le importazioni libere di prodotti americani, tanto che proprio il sud povero e contadino del paese ha rappresentato la base elettorale più forte per AMLO.

Purtroppo, sotto la presidenza uscente non sono stati avvertiti miglioramenti in alcun fronte. Il cambio tra peso messicano e dollaro si è indebolito del 36%, la crescita economica è rimasta in linea con i dati dell’ultimo quarto di secolo e nonostante il tasso di disoccupazione sia formalmente molto basso (poco superiore al 3%), i 5,3 milioni di posti di lavoro creati dall’insediamento di Pena Nieto non sono bastati a garantire ai messicani un tasso di occupazione adeguato agli standard OCSE, attestandosi ancora intorno al 56%. Ma il vero grande problema percepito dai 130 milioni di abitanti è stato e continua ad essere sempre più quello della sicurezza. Nel 2017, in Messico vi sono stati 29.168 omicidi, pari a un tasso di 20,5 per 100.000 abitanti, uno dei più alti al mondo. Si consideri che esso equivale a oltre 30 volte il tasso in Italia e risulta quadruplicato rispetto ai livelli degli USA. E nei primi 3 mesi dell’anno si è registrata una decisa accelerazione, tanto che di questo passo il 2018 chiuderebbe con il record di oltre 30.000 omicidi, conseguenza di un clima di terrore che regna a causa del dilagante narcotraffico, specie al confine con gli USA.

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E la corruzione, stando al ranking internazionale, risulta elevatissima, al sesto posto nelle due Americhe, circa 2,5 volte più alta che in Italia, dove già i livelli vengono considerati allarmanti. Insomma, c’è un paese da ricostruire e per la prima volta i messicani hanno lanciato un segnale di (forse) definitiva sfiducia verso la classe politica dominante, assegnando probabilmente ad AMLO la maggioranza assoluta dei seggi al Congresso, spazzando via quasi le élite sinora incontrastate nelle istituzioni. Il vero banco di prova per il nuovo presidente sarà proprio il rapporto con Trump. Milioni di elettori lo hanno votato nella convinzione che possa tenergli testa più del presidente uscente, percepito molto debole. Egli dovrà difendere gli interessi dell’industria e dell’agricoltura contro il tentativo di Washington di rinegoziare gli accordi in favore di lavoratori e imprese USA. L’unica certezza è che un altro grande paese ha voltato le spalle alla politica tradizionale, preferendole un “populista”. In attesa che dalle elezioni in Brasile di ottobre si colga un possibile ennesimo segnale di rivolta contro le élite.

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