In Italia mancano 4 milioni di lavoratori: ecco come staremmo se fossimo in linea con l’Europa

Bassa occupazione male storico del mercato del lavoro italiano. Se tendessimo alla media europea, la nostra sarebbe tutt'altra economia.

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Il male storico della bassa occupazione italiana

I dati OCSE certificano una timida ripresa del mercato del lavoro nell’area, con il tasso di occupazione salito dal 66,7% al 66,8% nel primo trimestre. Nell’Eurozona, tuttavia, le chiusure più prolungate e accentuate hanno fatto scendere la percentuale dal 67,3% al 66,9%. Per quanto ci riguarda, l’Italia figura tra gli stati con la più bassa occupazione dell’intera area: 57,1% dal 58,5%. Peggio fa la Grecia al 53,9% (dal 56,8%) e poco meglio il Cile al 57,3% (dal 56,2%). Sul podio figurano Olanda, Giappone e Germania rispettivamente al 79,3%, 77,6% e 75,4%.

Traduciamo in numeri. Prima del Covid, l’Italia aveva un tasso di occupazione al 59% e un numero di occupati pari a 23,3 milioni di lavoratori, il massimo di sempre. Oggi, tale numero risulta sceso sopra i 22 milioni. Abbiamo perso per strada quasi 1 milione di posti di lavoro. Ricordate la frase pronunciata a inizio pandemia dall’ex ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, per cui “nessuno sarà lasciato indietro”?

Se il nostro mercato del lavoro avesse lo stesso tasso di occupazione della media europea, avremmo quasi 4 milioni di occupati in più. Per l’esattezza, saremmo sui +3,8 milioni. E la fisionomia dell’economia italiana muterebbe radicalmente. Anzitutto, questi numeri rifletterebbero una produzione ben maggiore di beni e servizi. Di quanto? Immaginando che i maggiori occupati producano la stessa quantità di ricchezza pro-capite di quelli attuali, cioè di 76.700 euro prima della pandemia, avremmo un PIL di oltre 290 miliardi di euro più alto.

Bassa occupazione, i numeri di un’altra Italia

Poiché la pressione fiscale nel nostro Paese si situa tra il 42% e il 43%, le maggiori entrate per le casse dello stato sarebbero nell’ordine dei 120-125 miliardi all’anno. Con questi numeri, non solo non faremmo più deficit, ma potremmo permetterci di tagliare le tasse e al contempo di aumentare alcune voci di spesa (investimenti, sanità, ecc.

) e abbattere l’entità del debito pubblico. Per non parlare del fatto che 4 milioni di lavoratori in più comporterebbero una minore spesa assistenziale, essendovi molte meno famiglie da sussidiare.

Tanto per farci un’idea, 290 miliardi di PIL in più nel 2019 avrebbero fatto crollare il rapporto debito/PIL dal 135% al 116%. E non stiamo tenendo conto di tutti gli altri aspetti benefici, come le maggiori entrate implicite in questo dato. La bassa occupazione, male storico del Bel Paese, è un problema patologico nel Meridione, dove in realtà come Sicilia e Calabria si scende a tassi del 40% o poco più. In sostanza, è la questione meridionale a pesare sulla percezione che di noi hanno all’estero e sui nostri limiti reali.

Del resto, se abbiamo 4 milioni di lavoratori in meno rispetto agli standard europei (8 milioni rispetto alla Germania), il problema è strutturale. Significa che non siamo capaci di produrre beni e servizi a sufficienza, a causa dei tanti mali irrisolti, come iper-burocrazia, altissima tassazione, scarse infrastrutture e territori in mano alla malavita organizzata. E non ci sia di sollievo la presenza diffusa del lavoro nero, specie al sud. Il solo fatto che per molte imprese sia l’unica modalità per andare avanti la dice lunga sulla solidità del tessuto economico.

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