In Francia tutti scappano dalle tasse di Hollande

In principio fu Gerard Depardieu poi Monica Bellucci e Vincent Cassel, ora Nicolas Sarkozy e Carla Bruni. Tutti i ricchi di Francia scappano dalla supertassazione voluta da Hollande.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
In principio fu Gerard Depardieu poi Monica Bellucci e Vincent Cassel, ora Nicolas Sarkozy e Carla Bruni. Tutti i ricchi di Francia scappano dalla supertassazione voluta da Hollande.

Il mese scorso fece scalpore l’annuncio dell’attore Gérard Depardieu di volere rinunciare alla cittadinanza francese del suo Paese in cambio di quella russa. Motivo? Non è sopportabile il carico fiscale imposto dal nuovo governo del presidente François Hollande, che vorrebbe imporre un’aliquota del 75% per i redditi oltre un milione di euro. L’attore giura che avrebbe pagato nel 2012 in tasse oltre l’80% di quanto guadagnato. Troppo, anche per un simbolo della nazione.  

Tassazione in Francia: la tassa sui ricchi viola il principio di égalité

Che poi la Corte Costituzionale di Parigi abbia bocciato la legge, perché in contrasto con il principio di uguaglianza (“égalité“), poco importa. A mettersi in fuga non è stato solo l’attore, bensì pure altri personaggi notissimi al pubblico francese e non, come l’attrice italiana Monica Bellucci e il marito Vincent Cassel, che hanno preso la via di Rio de Janeiro (perché amano la poesia del luogo, precisa la coppia). E che dire di Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia e proprietario, tra l’altro, del marchio Louis Vuitton, che ha già fatto le valigie per il Belgio! Ma l’apoteosi è rappresentata dall’ex coppia presidenziale, Nicolas Sarkozy e Carla Bruni, che sono in procinto di trasferirsi a Londra. La ragione ufficiale è che l’ex presidente francese dovrebbe creare un fondo da un miliardo di sterline. Puro business, insomma. Ma le malelingue dicono che l’uomo non abbia voglia di pagare fino al 75% di tasse sui suoi emolumenti da 150 mila euro per ogni ora di lezione tenuta qua e là, dopo essere stato sconfitto da Hollande sette mesi fa.  

Tasse Google: la crociata della Francia google france

Ma la sconfitta subita da Hollande sulla norma bocciata dai giudici costituzionali non ha fermato la voglia di stangata dei socialisti. Già nelle scorse settimane, il ministro della Cultura, Aurelie Filippetti, di origine italiana, ha annunciato lo studio di una tassa su Google, reo di sfruttare le news dei quotidiani francesi, senza pagare loro alcunché. Adesso, il governo parigino è capofila di una battaglia internazionale contro i colossi del web, a partire sempre da Google e Amazon (Google sotto attacco: tutti vogliono tassare il motore di ricerca). L’ultima trovata di Hollande sarebbe questa: tassare Google sulla base del numero di utenti. Obiettivo? Cercare di accaparrarsi di almeno parte dei guadagni che il colosso ottiene ogni anno dalla vendita alle società delle informazioni private degli ignari utenti francesi. Parigi è risoluta e giudica inaccettabile che Google fatturi ogni anno circa 30 miliardi di euro in Europa (quasi due in Francia), senza pagare alcunché allo stato francese. Per ora, Google starebbe patteggiando 50 milioni di euro con l’editoria transalpina, ma le nuove stangate annunciate dal presidente potrebbero raffreddare nuovamente i rapporti con l’Eliseo e portare a un nulla di fatto. In ogni caso, la Francia di Hollande appare sempre più sgradita ai capitali. Dallo scorso luglio, subito dopo la vittoria alle presidenziali, Hollande ha imposto una Tobin Tax sulle transazioni effettuate alla Borsa di Parigi, con esclusione degli strumenti emessi dalle società con capitalizzazione fino a un miliardo. Risultato? Gettito insignificante e il numero delle transazioni è già sceso nell’ordine del 25-30% (Sui risultati dell’applicazione della Tobin Tax in Francia si legga: Tobin Tax, tassazione allargata e base imponibile allargata?) All’interno dell’Ocse, la Francia vorrebbe fossero approvate le linee-guida già emerse nei giorni scorsi, ossia il divieto della doppia veste societaria e delle scatole chiuse. Hollande guida le fila di quanti vorrebbero, cioè, impedire che le società creino loro gemelle, al solo fine di spostare la tassazione da uno stato a un altro. In più, vorrebbe fosse impedita anche la creazione di scatole vuote, ossia di società tese ad essere intestatarie dei profitti realizzate altrove da società fisiche.  

Crisi Francia: tassare non sempre è la giusta soluzione

Eppure, questa lotta ideologica contro il capitalismo non sembra fare bene alla Francia. Parigi ha un debito in crescita già oltre l’85% del suo pil e un deficit fiscale ancora un paio di punti oltre il margine previsto da Maastricht del 3%. Il deflusso dei capitali e il clima poco business-friendly instaurato sotto la guida Hollande potrebbero peggiorare nel medio termine la capacità dell’economia di riprendersi lungo un sentiero di crescita e di competitività internazionale. Per ora, Parigi ha evitato che si accendessero i riflettori sulla sua situazione interna, grazie ai guai del Sud Europa. Ma questa disattenzione durerà a lungo?

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Argomenti: Economie Europa, Francia