In Cina si riunisce da oggi il gotha comunista, con un occhio alla Reaganomics

La Cina riunisce da oggi il Congresso Nazionale dl Popolo nella 10 giorni della prima delle 2 sessioni annuali. Economia in testa all'agenda, con un occhio alle politiche reaganiane rivolte all'offerta.

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La Cina riunisce da oggi il Congresso Nazionale dl Popolo nella 10 giorni della prima delle 2 sessioni annuali. Economia in testa all'agenda, con un occhio alle politiche reaganiane rivolte all'offerta.

Inizia oggi e durerà 10 giorni la prima delle 2 sessioni annuali del Congresso Nazionale del Popolo a Pechino, che riunisce 2.943 delegati, ovvero rappresentanti delle province, uomini d’affari e alti dirigenti del Partito Comunista Cinese. Si tratta di un organo il più delle volte con funzioni solo formali, composto per il 72% da membri del PCC, chiamato ad approvare quasi automaticamente il bilancio e tutte le proposte di legge del governo, il vero detentore del potere decisionale del paese. Il presidente Xi Jinping è a sua volta la figura con la maggiore concentrazione di poteri dai tempi di Mao Zedong, tanto da avere posto fine alla tendenza degli anni passati di celebrare le sessioni a porte aperte.

Economia cinese al primo punto

Ma su cosa decideranno i quasi 3.000 delegati? Di fatto, sono chiamati ad approvare le priorità dell’agenda politica per l’anno appena iniziato (secondo il calendario cinese) e, quindi, a fissare anche l’agenda economica del paese. E’ proprio questa l’occasione per verificare quali siano le stime ufficiali del governo per la crescita del pil nel 2016, che gli analisti si aspettano vengano poste tra il 6,5% e il 7%. Il target appare oggi più che mai importante, perché sarà annunciato stavolta in un clima di profonda incertezza sulle prospettive di crescita a breve della Cina. Il presidente Jinping aveva parlato l’anno scorso di un obiettivo “intorno al 7%” e il 2015 si è chiuso, infatti, con una crescita del pil del 6,9%, il ritmo più basso dal 1990. Ma l’agenda economica non si esaurirà con la fissazione di alcuni target numerici, completandosi anche con la discussione di diverse emergenze, la prima delle quali potrebbe essere l’inquinamento.

   

Riforma reaganiana dell’economia?

Dopo alcuni giorni di cielo azzurro, Pechino è tornata oggi sotto una cappa fitta e grigia di smog, che rende l’esistenza nella metropoli sempre meno vivibile. Un dossier da gestire con immediatezza per il regime comunista, che si trova dinnanzi alla scelta di come affrontare il problema al più presto, impattando il meno possibile sulla crescita. Il capo dello stato ha anticipato le linee-guida di questa sessione, parlando della necessità di attuare “riforme strutturali dal lato dell’offerta (supply-side)”, facendo parlare gli analisti di una svolta “reaganiana e thatcheriana”  del governo cinese, apparentemente colossale, se si considera che parliamo di un regime di stampo comunista, anche se aperto al libero mercato.

Crisi sovrapproduzione

Per capire cosa s’intenda nello specifico, bisogna considerare che il rallentamento dell’economia cinese pone il governo dinnanzi a decisioni drastiche, se non vorrà assistere passivamente al graduale spegnimento dello sviluppo economico del paese. La Cina è in crisi di sovrapproduzione, come nel caso del settore siderurgico, che al momento offrirebbe sul mercato sulle 450 milioni di tonnellate di acciaio in più di quanto non se ne consumi. Lo stesso dicasi delle miniere di carbone e delle altre società che ruotano intorno alle materie prime. Poiché sono ancora in larga parte controllate dallo stato, i ritmi produttivi non sono stati intaccati, con il risultato di deprimere non solo i prezzi interni, bensì pure quelli dell’intero pianeta, date le dimensioni dell’economia cinese.      

Reaganomics ispira Jinping

La Reaganomics in salsa pechinese paventata da Jinping mirerebbe proprio a ridurre il peso dello stato in economia, ad aprire maggiormente al libero mercato e a stimolare la concorrenza. Ciò, però, significherebbe che il governo cinese sarebbe disposto a varare massicce privatizzazioni, che nel breve termine si tradurrebbero nel taglio di milioni di posti di lavoro, anche se nel medio-lungo termine si avrebbe un rilancio della crescita. Teoricamente, la diligenza cinese riconosce proprio alle politiche di “supply side” ispirate a quelle attuate negli anni Ottanta da Ronald Reagan e Margaret Thatcher la capacità di affrontare il nodo della crescita nel migliore dei modi, evitando che il paese resti nella cosiddetta “trappola del reddito basso”.

Ma quanto sarà in grado di trasformare tali annunci in fatti, rischiando un’erosione del consenso?

Riforme più difficili con rallentamento economia cinese

In verità, già a partire dal 1997 Pechino ha chiuso molte sue fabbriche poco produttive, tagliando nell’immediato ben 30 milioni di posti di lavoro. Ma la rapida crescita di quegli anni, sostenuta dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione del Commercio Mondiale nel 2001, assorbirono in fretta tali eccedenze occupazionali, mentre con un’economia in rallentamento, oggi sarebbe più complicato fronteggiare i 3 milioni di posti di lavoro stimati in eccesso nel settore dell’acciaio, del carbone e simili. Aldilà dei dibattiti teorici, il Congresso si riunisce quest’anno nel bel mezzo di una potente crisi della borsa cinese, che in meno di 9 mesi ha “bruciato” 5 mila miliardi di capitalizzazione, pari al 50% del suo valore iniziale. E i capitali sono defluiti dal paese per circa mille miliardi di dollari, portando a un calo delle riserve di oltre 700 miliardi dal picco del 2014. Lo yuan risulta oggi sopravvalutato e per quanto si escluda una maxi-svalutazione, i cui effetti sull’economia globale sarebbero nefasti, la prospettiva che ciò avvenga rimane viva, se la fuga dei capitali dovesse proseguire anche nei prossimi mesi.      

Bolla finanziaria preoccupante

Nel tentativo di spostare le direttrici della crescita dalle esportazioni ai consumi interni, la People’s Bank of China ha allentato la politica monetaria con maxi-dosi di liquidità sul mercato, ma resta il fatto che gli investimenti rappresentano quasi la metà del pil, più del doppio delle percentuali di USA ed Europa, a conferma che l’economia cinese sarebbe “drogata” da una bolla del credito abbastanza inquietante, essendo l’indebitamento privato intorno al 250% del pil.            

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