In Brasile i mali non scompaiono con la caduta del governo, vediamo quali sono

Mentre i mercati finanziari scommettono sulla fine imminente della presidenza Rousseff, l’economia in Brasile continua ad andare male come prima, peggio di prima. Il cambio tra real e dollaro si è rafforzato del 7% quest’anno, attestandosi oggi a 3,6969, mentre la borsa ha guadagnato il 7% e i rendimenti sovrani sono scesi di 246 punti […]

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Mentre i mercati finanziari scommettono sulla fine imminente della presidenza Rousseff, l’economia in Brasile continua ad andare male come prima, peggio di prima. Il cambio tra real e dollaro si è rafforzato del 7% quest’anno, attestandosi oggi a 3,6969, mentre la borsa ha guadagnato il 7% e i rendimenti sovrani sono scesi di 246 punti […]

Mentre i mercati finanziari scommettono sulla fine imminente della presidenza Rousseff, l’economia in Brasile continua ad andare male come prima, peggio di prima. Il cambio tra real e dollaro si è rafforzato del 7% quest’anno, attestandosi oggi a 3,6969, mentre la borsa ha guadagnato il 7% e i rendimenti sovrani sono scesi di 246 punti base al 14,03% sulla scadenza decennale e di 317 bp al 13,36% su quella a due anni. Eppure, i mali della prima economia sudamericana stanno sempre lì e chiunque arrivi dopo Dilma Rousseff, ammesso che l’attuale capo dello stato non riesca a superare quasi miracolosamente la più grave crisi politica da inizio anni Novanta, dovrà affrontare problemi non di facile e immediata soluzione.

Crisi Brasile strutturale

Partiamo da un dato: il Brasile è in recessione dallo scorso anno, quando il pil ha perso il 3,8%, dovrebbe restarci fino a quest’anno con cali attesi quasi nell’ordine di quelli del 2015, mentre l’anno prossimo dovrebbe accontentarsi della stagnazione. E si consideri che alla fine dello scorso anno, si prevedeva la ripresa già nel 2016, nessuno può escludere che la recessione, a questo punto, prosegua anche nel 2017. La crisi brasiliana sembra strutturale, perché già nel 2014 l’economia riuscì a schivare per un pelo la recessione, ma registrando una crescita del pil di appena lo 0,4%. Ed è un dato di fatto che in questi primi 5 anni di presidenza Rousseff, la crescita del paese sia la più bassa da oltre un ventennio, spegnendo il boom dell’era Lula.      

Inflazione Brasile resta alta

A fronte di questa situazione, l’inflazione è salita nettamente sopra il target massimo tollerato dalla banca centrale (6,5%), attestandosi intorno al 10% e resterà sopra il tasso-obiettivo anche nel 2017, secondo gli analisti e i mercati.

Questo ultimi continuano a stimare un ulteriore indebolimento del real a oltre quota 4 contro il dollaro per la fine dell’anno, malgrado il parziale recupero degli ultimi mesi. Il deterioramento dell’economia da un lato e del clima intorno al business dall’altro stanno tenendo altissimi i rendimenti dei titoli di stato, anche se ci si è allontanati dall’apice di fine 2015, con ciò aumentando il costo di rifinanziamento del debito, tanto che il peso degli interessi pagati dallo stato equivale ormai un quinto delle entrate e il 10% del pil.

S’impenna debito Brasile

Anche a causa di ciò, il deficit è schizzato all’11% del pil e per la prima volta si registra un disavanzo primario dell’1%. Si consideri che la Rousseff eredità da Lula un disavanzo fiscale sotto il 3%. Il rapporto debito/pil è atteso in netta crescita dal 70% attuale all’80% nel 2018, era meno del 52% nel 2010. La situazione inizia a farsi pesante anche per il credito ai privati. Le banche hanno aumentato negli ultimi anni i prestiti alle imprese a una percentuale sempre più bassa, attualmente sotto il 10%, quando nel 2008 si assisteva a un +45%. Uno sgonfiamento della bolla del credito non è in sé una cattiva notizia, ma nel caso del Brasile è anche frutto di un’impennata dei tassi mediamente al 10%, che spinge le imprese a rinunciare ai finanziamenti.      

Manca il bene fiducia, impeachment o dimissioni Rousseff potrebbero farlo tornare

Nello stesso tempo, nessuna impresa brasiliana ha emesso obbligazioni in valuta straniera negli ultimi 6 mesi. Già nel 2015, i livelli erano stati 5 volte più bassi dell’anno precedente, quando si erano attestati intorno ai 42 miliardi di dollari. La ragione del tonfo è evidente: le attese incontenibilmente negative sul cambio non spingono nessuno a rischiare di indebitarsi in una divisa estera. E il numero delle società fallite nel paese sale ai massimi dal 2008, raggiungendo le 5.525 unità nel 2015 dalle 4.800 del 2014. Vero è, d’altra parte, che proprio la cattiva gestione dell’economia da parte del governo, in assenza di riforme e con un approccio ostile al mercato, sta aggravando la portata della crisi. Per questo, tutti gli investitori nazionali e stranieri tifano contro Rousseff nella dura lotta per la sopravvivenza politica, che sta trascinando nel baratro le istituzioni del paese, mentre le piazze, tipicamente molto pacifiche da queste parti, iniziano ad esplodere di collera. Chi avrà l’onere di succedere prima o poi all’attuale presidente dovrà per prima cosa tagliare il deficit, operazione in sé impopolare, ma anche difficile, sia perché i centri di spesa sono largamente diffusi nell’assetto istituzionale federale brasiliano, sia anche perché l’alta inflazione costringerà la banca centrale a tenere ancora alti a lungo i tassi. Solo il ritorno della fiducia potrebbe disinnescare questo circolo vizioso, consentendo al real di apprezzarsi, all’inflazione di scendere e all’istituto di iniziare ad abbassare i tassi, alleviando il peso degli interessi sul debito e agevolando il risanamento dei conti pubblici e la discesa del rapporto tra debito e pil.

Ed è proprio la fiducia a mancare da anni qui.  

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