In Bolivia è tornato il socialismo, appena un anno dopo la cacciata di Morales

Il candidato di sinistra ha stravinto le elezioni presidenziali di domenica scorsa e riporta l'agenda socialista al centro dell'azione di governo dopo appena un anno dalla cacciata di Evo Morales.

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Bolivia torna al socialismo di Morales

Il candidato di sinistra Luis Arce ha stravinto le elezioni presidenziali in Bolivia di domenica scorsa. Con oltre il 50% dei voti scrutinati, ha praticamente doppiato il centrista ed ex presidente (2003-2005) Carlos Mesa, che ha riconosciuto immediatamente la sconfitta. L’ex ministro dell’Economia e candidato del MAS (Movimento al Socialismo) riporta al potere il partito di Evo Morales ad appena un anno di distanza dalla sua cacciata dal potere a furor di popolo. Le imponenti proteste di piazza contro i brogli elettorali denunciati anche dall’Organizzazione degli Stati Americani costrinsero l’allora presidente a fuggire all’estero, trovando riparo nell’Argentina peronista di Alberto Fernandez.

Arce ha promesso che non nominerà ministro Morales, il quale da Buenos Aires ha fatto sapere che tornerà in patria, pur essendo accusato di reati gravi e rischiando l’arresto. Il presidente in carica, Jeanine Anez, arci-nemica di Morales, si è complimentata con il vincitore e gli ha chiesto di tenere a mente “la Bolivia e la democrazia”. Il sogno di quanti pensavano che il paese latinoamericano avrebbe abbracciato la liberaldemocrazia di stampo occidentale, tuttavia, s’infrange contro una sconfitta molto netta.

Probabile che sui risultati abbiano inciso, almeno in parte, i frutti avvelenati ereditati dall’emergenza Covid. La pandemia qui ha provocato 139 mila contagi e 8.900 morti, facendo della Bolivia uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di mortalità rapportato alla popolazione. L’economia dovrebbe crollare del 5,9% quest’anno e povertà e disoccupazione stanno tornando a crescere. I successori di Morales hanno avuto sfortuna, insomma, ma il dato di fatto è che i boliviani si sono recati ai seggi in massa (affluenza superiore all’88%) per opporsi al cambiamento ambito fino a pochi mesi prima.

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Conseguenze geopolitiche in America Latina

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro si è ovviamente rallegrato della vittoria di Arce, dichiarando che il futuro per l’America Latina sarebbe “la democrazia e il socialismo bolivariano“. Non può che essere soddisfatto, avendo riacciuffato in breve tempo un suo alleato nello scacchiere geopolitico. E il ritorno dei socialisti al potere rende contenta anche l’Argentina, dove i peronisti hanno interrotto la svolta liberale inaugurata a fine 2015 da Mauricio Macri dopo appena 4 anni. Con elezioni alle porte in Cile, Peru, Honduras, Nicaragua ed Ecuador, La Paz segnala il grosso rischio per l’Occidente di perdere nuovi stati a favore di formazioni della sinistra anti-capitalista. E anche in Colombia si sono registrate proteste violente contro il governo nei mesi scorsi.

Il mercato non l’ha presa benissimo, con il bond sovrano boliviano in dollari, scadenza agosto 2023 e cedola 5,95% (ISIN: USP37878AB43) ad avere perso più del 3% dalle elezioni. La vittoria di Arce segnerebbe la fine del piano di privatizzazioni prospettato dal governo uscente, così come dell’apertura commerciale intravista negli ultimi mesi. Il paese è ricco di litio, una materia prima indispensabile per gestire la transizione ecologica. Difficili gli investimenti stranieri nelle miniere di Salar de Uyuni; già Morales aveva bloccato la vendita a una compagnia tedesca dopo la sottoscrizione di un accordo in tal senso. Di certo, però, ha vinto la democrazia, con un governo di transizione che ha prontamente accettato la disfatta senza fare storie, lasciando in eredità almeno una parvenza di normalità ai nostalgici dell’Evonomics.

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