In Argentina è corsa ai bond pubblici grazie ai dati truccati

Proseguono i "magheggi" della presidenta Cristina de Kirchner che ha legato il rimborso dei bond alla crescita del PIL. Ma l'istituto che emette le valutazioni non è sinonimo di affidabilità

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In Argentina è corsa ai tango-bond. La notizia può sembrare incredibile, visto che il paese viene sospettato di essere sull’orlo di un secondo default in meno di 12 anni, eppure è così. I prezzi dei titoli di stato argentini sono cresciuti del 10% in poche sedute.

La questione è, però, semplice da spiegare: il governo ha emesso questi titoli, con una clausola che prevede il rimborso dei buoni solo al raggiungimento di un certo tasso di crescita del Pil. E proprio l’istituto di statistica nazionale, l’Indec, screditato a livello internazionale, ha comunicato da poco che nel primo trimestre del 2013 la crescita sarebbe stata del 3% su base annua, trainata dal +6,1% dei consumi e da un ottimo +5,4% dei servizi.

 

Pil Argentina a +3,22% e scatta il rimborso dei bond

E per l’anno in corso, il rimborso scatta con un pil in aumento del 3,22%. A questo punto, considerando che le elezioni politiche si terranno ad ottobre, sarà improbabile che il governo comunicherà dati negativi sul pil per il terzo trimestre, unica possibilità, secondo gli analisti, per compromettere il target prefissato del 3,22%. In sostanza, i trucchi contabili della presidenta Cristina de Kirchner e del suo governo starebbero inducendo i risparmiatori a riacquistare fiducia nei bond governativi. Molti, se non tutti, sanno che i dati ufficiali sono falsi, ma poco importa. L’importante è che Buenos Aires si attenga alla parola data e che rimborsi i titoli al raggiungimento della crescita prevista. Che per l’esecutivo sarà quest’anno del 4,4%. Per l’agenzia di consulenza Ecolatina, invece, la crescita del primo trimestre sarebbe stata piatta e i dati sui consumi e sui servizi palesemente falsati. L’agenzia rileva come il pil dovrebbe realisticamente crescere nel 2013 sotto il 3%.

Certo, il magheggio dei numeri ha un costo, pari a 2,8 miliardi di dollari. A tanto ammonta quanto Buenos Aires dovrà rimborsare ai creditori privati, ma la presidenta ha trovato rimedio anche per questo; ovviamente, tramite un’altra invenzione finanziaria, i Cedin. Si tratta di Certificati di Deposito per Investimenti, emessi sulla base dei dollari detenuti all’estero o in patria, ma non dichiarati e oggi circolanti sul secondario a un rapporto di cambio di circa 7,2 pesos/dollaro, a metà strada tra il tasso ufficiale, intorno a 5,8 pesos/dollaro e quello in vigore sul mercato nero, in zona 8:1.

Dai Cedin si spera di ricavare qualcosa come 2,5 miliardi di dollari, a quasi totale copertura dei costi di rimborso dei bond; una sorta di sanatoria dei risparmi esportati o degli acquisti di dollari in barba alle leggi sempre più restrittive in fatto di cambio.

 

Il debito pubblico argentino è cresciuto di 18,5 mld in un anno

Il debito pubblico, intanto, è salito a 200 miliardi di dollari (+18,5 miliardi in un anno), stando ai numeri del ministero dell’economia. Non una cifra impressionante, perché sarebbe il 44,9% del pil. Tuttavia, se realmente la crisi valutaria dovesse precipitare, oggi l’Argentina darebbe vita a un default di dimensioni più che doppie dei meno dei 100 miliardi del 2001. Anche in questo caso, però, bisogna constatare che meno di un quinto dell’intero debito è nelle mani di soggetti privati. Per l’esattezza, circa 85 miliardi di dollari, il 18,8%. Il resto, 115 miliardi, si trova nelle mani di soggetti pubblici, come il Banco Centrale Argentino, il Banco Interbancario di Sviluppo e la Banca Mondiale. Insieme, detengono il restante debito per il 26,1% del pil argentino.

In pratica, il governo si è fatto prestare i soldi da questi istituti pubblici, per diminuire la sua esposizione verso i privati, poco allettati a finanziare le politiche di spesa allegra della Kirchner, dopo i trascorsi del 2001.

Certo, il paragone con l’anno del default suggerisce qualche considerazione: allora, il debito era al 138,7% del pil, triplo rispetto ad oggi.

Tuttavia, preoccupa la situazione gravissima delle riserve ufficiali, scese a 37 miliardi di dollari, appena sufficienti a consentire l’importazione di beni e servizi per alcuni mesi ancora. Dopo, se il deflusso non si sarà arrestato (i Cedin servono a questo scopo), il paese sarà costretto a svalutare il peso, in modo da far affluire valuta straniera. E stando ai tassi vigenti sul mercato nero, tale svalutazione non sarebbe inferiore al 30%. Inevitabile il default, perché Buenos Aires non sarebbe più in grado di ripagare il debito in valuta straniera, ossia emesso in dollari.

Prima delle elezioni, invece, Casa Rosada dovrebbe seguire le indicazioni del Fondo Monetario, il quale ha messo la presidenta nell’angolo: o adegua gli indicatori economici, specie sull’inflazione, agli standard internazionali, oppure l’Argentina sarà espulsa dall’organismo internazionale. Data dell’ultimatum: 29 settembre. 

 

 

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