In Arabia Saudita è mania per i prestiti in dollari, vediamo perché e i rischi

Corsa ai prestiti in dollari in Arabia Saudita: +600% in meno di un anno. Vediamo le ragioni di questo boom e i rischi annessi.

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Corsa ai prestiti in dollari in Arabia Saudita: +600% in meno di un anno. Vediamo le ragioni di questo boom e i rischi annessi.

Quando ancora mancano più di 3 mesi e mezzo alla fine del 2015, i prestiti erogati in Arabia Saudita in dollari sono cresciuti del 600%, rispetto a quelli concessi nell’intero 2014. I dati parlano chiaro: si è passati dagli 1,7 miliardi dello scorso anno agli oltre 11 miliardi fino a ieri del 2015. Se un anno fa, i prestiti in dollari rappresentavano il 13% del totale erogati, quest’anno si è saliti al 65%. Al contrario, quelli denominati nella valuta locale, il rial, sono crollati del 45%. La mania per i finanziamenti in valuta straniera non è infondata, anche se non priva del tutto di rischi. E’ accaduto, infatti, che il prezzo del petrolio si sia più che dimezzato negli ultimi 12 mesi e per un’economia largamente dipendente dal greggio è un problema, tanto che dopo 15 anni il governo saudita sta tornando ad emettere bond a medio-lungo termine per colmare il deficit di bilancio, atteso quest’anno fino al 22% del pil. E’ in assoluto già un livello enorme per qualsiasi economia, ma fa ancora più impressione in un paese, il cui debito pubblico è quasi zero.

Tassi Saibor più alti del Libor

Poiché il governo saudita intende chiedere al mercato 100 miliardi di rial, pari a circa 26,5 miliardi di dollari, la liquidità interna sta diminuendo e per la legge della domanda e dell’offerta, i tassi salgono. Ecco, quindi, che il Saibor, ossia il riferimento a 3 mesi, è salito allo 0,8775%, che pur restando ai minimi storici, è più che doppio dello 0,332% del Libor, quest’ultimo utilizzato per molti prestiti in dollari. Essendo più costoso indebitarsi in rial che in dollari, è evidente che i sauditi stiano ricorrendo a questi ultimi, rassicurati dalla banca centrale sul mantenimento del “peg” a 3,75, nonostante altre economie, come la Cina, abbiano imboccato nelle scorse settimane la strada della svalutazione.

Certo, va detto che dei più degli 11 miliardi di dollari sinora prestati in dollari, oltre la metà (6 miliardi) sono stati chiesti e ottenuti dalla compagnia petrolifera statale Aramco, altri 1,7 dalla società energetica Jazan Gas.

Corsa ai dollari quasi alla fine?

La corsa ai prestiti in dollari potrebbe interrompersi presto, quando la Federal Reserve inizierà ad alzare i tassi, facendo lievitare il costo per indebitarsi nella divisa americana. E’ probabile, quindi, che i sauditi ricorreranno successivamente ad altre valute con tassi più economici dei loro, come l’euro. Dicevamo che il boom di questo indebitamento in dollari non è privo di rischi. Il governatore della banca centrale saudita s’impegna a mantenere il “peg”, ma non dimentichiamoci che lo stesso aveva fatto quello svizzero Thomas Jordan, che pochi giorni prima di abbandonare la difesa del cambio minimo con l’euro aveva rassicurato sul suo mantenimento.

Il rischio di un  nuovo caso Svizzera

E se nel caso della Svizzera è stata la spinta speculativa rialzista sul franco ad avere determinato la fine del cambio minimo, Riad rischia la stessa sorte, ma per ragioni opposte. L’economia saudita accede ai dollari, grazie all’esportazione di oltre 7 milioni di barili di petrolio al giorno, le cui  quotazioni, però, valgono oggi meno della metà di un anno fa. In parte, il Regno ha cercato di tamponare la crisi delle entrate con l’aumento della produzione (che sta allontanando la ripresa dei prezzi), ma ciò non basta, per cui sta tagliando anche parte della spesa pubblica in sussidi. In assenza di un recupero delle quotazioni in un arco di tempo non lungo, l’Arabia Saudita rischierebbe di dovere attingere al suo fondo sovrano da oltre 600 miliardi per coprire il deficit delle entrate. Se si volesse evitare un tale scenario, si dovrebbe svalutare il cambio, abbandonando il “peg”, per fare affluire più rial per ciascun dollaro incassato con la vendita del greggio. Ma ciò provocherebbe forti difficoltà a chi si è indebitato in dollari, un remake della crisi dei mutui in franchi svizzeri, vissuta da 8 mesi da più di mezzo milione di famiglie polacche.

 

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