In Africa l’Europa fa affari, mentre all’Italia tocca l’emergenza sbarchi

La bilancia commerciale comunitarie è positiva da anni con l'Africa, ma non per l'Italia. E l'emergenza sbarchi suona così come una beffa ancora peggiore.

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La bilancia commerciale comunitarie è positiva da anni con l'Africa, ma non per l'Italia. E l'emergenza sbarchi suona così come una beffa ancora peggiore.

Chi vede l’Africa solamente come una terra di miseria, orrori, morte e disperazione non ha ben chiaro che, viceversa, trattasi di un continente dalle immense opportunità sul piano economico per chi ci vive, anzitutto, così come per chi vi intrattiene rapporti economici. E l’Unione Europea lo ha compreso da tempo, riuscendo a sovvertire i rapporti di forza nelle relazioni commerciali, come dimostrano i dati Eurostat, aggiornati al 2018. Lo scorso anno, la UE ha registrato un avanzo commerciale di 1 miliardo di euro con l’Africa, pur in forte calo dai 18 miliardi del 2017, quando a sua volta arretrava dal picco dei 28 miliardi del 2016. Dunque, le esportazioni europee in Africa superano da anni le importazioni da quel continente. Per l’esattezza, sempre nel 2018 sono state pari a 152 miliardi, a fronte di interscambi complessivi per 303 miliardi.

Come la Germania è diventata una macchina da guerra sul fronte delle esportazioni nell’euro

La svolta è avvenuta nel 2015, quando il surplus commerciale fu di 21 miliardi, mentre l’anno prima avevamo accusato come Europa un passivo di 3 miliardi. La data non sarebbe casuale, i prezzi delle materie prime collassarono proprio 5 anni fa. Come non ricordare che il petrolio (Brent) si portò dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai meno di 30 del gennaio 2016? E l’Africa è ricca di materie prime, che esporta verso l’Europa per il 65% del totale. Al contrario, noi europei vendiamo per il 70% manufatti ai consumatori africani. E proprio questo pesa sui saldi. I prezzi delle materie prime sono volatili e incidono sulla fattura di chi le acquista anche sulla base dei tassi di cambio contro il dollaro, valuta in cui risultano perlopiù denominate.

Tornando all’attivo commerciale, da notare come nel quadriennio 2015-2018 sia stato pari a complessivi 68 miliardi, mentre nel periodo 2008-2014 il passivo aveva ammontato a 125 miliardi, quasi il doppio.

Ad ogni modo, esso non risulta equamente suddiviso tra le 28 economie europee. Nel 2018, ad esempio, il Belgio ha registrato un avanzo di 3,8 miliardi, la Germania di 3,7, la Romania intorno a 1,7 e la Francia a 1,5. Gli unici paesi ad avere accusato il rosso sono stati Spagna (9), Regno Unito (7,4), Italia (4), Slovenia (0,17) e Svezia (0,23). Le imprese italiane hanno esportato in Africa per circa 18 miliardi, importando per oltre 22.

Le cause degli squilibri commerciali

Da cosa dipende questo disavanzo? Probabile che influisca la natura degli interscambi: importiamo molte materie prime, tra cui il petrolio, la cui domanda tende ad essere anelastica rispetto all’andamento della nostra economia e i cui prezzi risentono della congiuntura internazionale. Quanto alle esportazioni, restiamo deboli all’infuori del Nord Africa, in cui vendiamo beni per appena 5,5 miliardi di euro. E di questa debolezza, che dipende da ragioni storiche e che ci vede svantaggiati rispetto a economie dal passato coloniale come Francia e Belgio, ma anche Spagna e Portogallo, probabilmente approfittano i nostri partner comunitari, i quali spesso legiferano a Strasburgo passando sopra gli interessi italiani, come quando aprono i mercati all’olio tunisino senza dazi, al fine di stringere alleanze che sostengano le loro esportazioni e i loro appalti in questi stati.

Alla luce di tali dati, la pessima gestione degli sbarchi di migranti africani da parte dell’Europa, facendola ricadere in tutto e per tutto sull’Italia, suona come una beffa ancora peggiore ai nostri danni. Sintetizzando ed estremizzando: all’Italia profughi e clandestini, agli altri stati gli affari. Certo, gli scambi esulano spesso dalla politica, risentono della capacità delle imprese di vendere sui mercati esteri per qualità dei prodotti e capacità competitiva. E senza dubbio sono influenzati anche dal sostegno dei governi alle imprese che operano oltreconfine e per il quale il gap con i partner comunitari appare ancora elevato e lampante.

Tuttavia, innegabile come gli accordi commerciali vengano dosati sulla base di interessi che solo formalmente figurano come europei, mentre nella sostanza fanno capo all’asse franco-tedesco e agli stati satellite. E così, via libera alle merci agricole, concorrenti di quelle italiane o spagnole, oltre che a basso valore aggiunto, se la contropartita diventa la vendita in Africa di manufatti industriali ad alto valore aggiunto e prodotti nella Mitteleuropa.

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